Vedere il mondo, costruire il mondo
di Francesca Mela

Tutto ciò che conosciamo del mondo arriva attraverso i nostri sensi.
I colori di un tramonto, il profumo del pane appena sfornato, il rumore della pioggia, la consistenza di un tessuto, il gusto del caffè, la sensazione di equilibrio mentre camminiamo, il battito del nostro cuore.
Ogni secondo i nostri sistemi sensoriali raccolgono una quantità enorme di informazioni provenienti dall’ambiente e dal nostro stesso corpo. Il cervello le organizza, le interpreta, attribuisce loro un significato e costruisce, istante dopo istante, la nostra esperienza del mondo.
La sensorialità non è un unico argomento, ma un insieme di sistemi che lavorano in continuo dialogo. In questi articoli esploreremo ciascuno di essi, dalla vista all’interocezione, per comprendere come contribuiscono all’esperienza quotidiana delle persone autistiche.
Ogni sistema sensoriale racconta una prospettiva diversa sul funzionamento del cervello. Solo osservandoli insieme emerge il quadro completo.
Vedere è interpretare
Che cosa vedi?

Se hai guardato le immagini qui sopra, probabilmente hai visto una ragazza oppure una donna anziana. Un vaso oppure due volti. Le immagini sono identiche.
Chi ha ragione?
Tutti.
Apriamo gli occhi e abbiamo la sensazione che il mondo entri direttamente nella testa: una specie di telecamera biologica, occhi davanti e realtà dietro. Il cervello riceve informazioni, le confronta con quello che conosce, cerca schemi, completa parti, costruisce collegamenti e sceglie l’interpretazione che in quel momento gli sembra più plausibile.
Vedere è interpretare.
Le illusioni ottiche funzionano proprio per questo. Mettono il cervello davanti a informazioni che consentono più interpretazioni e lo costringono a scegliere. Una volta emerge la ragazza. Un’altra la donna anziana. Prima il vaso. Poi, all’improvviso, zac: due profili. La figura è rimasta identica. È cambiato quello che il cervello ci ha costruito sopra.
Succede continuamente, anche quando davanti agli occhi abbiamo una strada, una faccia, un supermercato o il pavimento di casa. Ogni istante il cervello prende luce, colori, forme, movimento e profondità e li trasforma in qualcosa che abbia senso. Il lavoro è rapidissimo, automatico e per gran parte del tempo passa sotto il nostro radar.
Se vedere significa costruire, il modo in cui il cervello seleziona, organizza e pesa le informazioni cambia il mondo che sperimentiamo.
Partiamo dall’inizio. Una parte della luce presente nell’ambiente entra nell’occhio e raggiunge la retina, il sottile strato di cellule sensibili alla luce che riveste la parte posteriore del bulbo oculare. Qui la luce viene trasformata in segnali elettrici, che viaggiano verso il cervello attraverso il nervo ottico.
Gli occhi raccolgono. Il cervello costruisce.
In una frazione di secondo riconosce forme, colori, profondità, movimento, volti e oggetti. Confronta quello che arriva con le esperienze precedenti, mette in relazione i dettagli, usa il contesto e costruisce una scena coerente. Poi ricomincia. Muoviamo gli occhi e arrivano nuove informazioni. Cambia la luce e la scena viene aggiornata. Qualcosa entra nel campo visivo e il cervello deve collocarlo. Facciamo esperienza e quell’esperienza contribuirà alle interpretazioni future.
La vista è un processo vivo, continuamente aggiornato dal rapporto tra cervello, corpo, esperienza e ambiente. Il risultato è talmente convincente che ci sembra di avere davanti la realtà così com’è. Abbiamo invece davanti la realtà così come il nostro sistema percettivo riesce a costruirla, istante dopo istante.
Basta che alcuni dettagli acquistino più peso, che il movimento richiami maggiormente l’attenzione, che figura e sfondo competano più a lungo, che una luce occupi una fetta enorme della scena o che le previsioni del cervello abbiano un peso diverso, e lo stesso ambiente diventa un’esperienza diversa.
Stessa stanza, stessa luce, stessi oggetti. Un altro modo di costruire il mondo.
Ed è da qui che possiamo cominciare a parlare di sensorialità autistica.
Quando il cervello costruisce il mondo in modo diverso

Quando si parla di autismo e sensorialità, il copione è piuttosto conosciuto: luci forti, rumori, tessuti che irritano la pelle. Sono esperienze reali e molto frequenti. Proprio perché sono diventate le più riconoscibili, rischiano però di occupare tutta la scena.
Gli stereotipi possono essere veri e contemporaneamente limitanti. Raccontano una parte dell’esperienza e, proprio perché quella parte è diventata familiare, rischiano di diventare la lente attraverso cui osserviamo tutto il resto. Se quando parliamo di vista chiediamo soltanto «Ti danno fastidio le luci?», stiamo già decidendo dove guardare. La sensorialità visiva è molto più grande delle luci forti.
Se vedere significa interpretare, allora arriviamo al punto: che cosa succede quando il cervello attribuisce un peso diverso a ciò che vede?
Nell’autismo un dettaglio può restare lì, presente, preciso, difficile da relegare sullo sfondo. Un movimento può agganciare lo sguardo. Un riflesso può continuare a reclamare attenzione. Qualcosa che per altre persone diventa rapidamente parte dello sfondo può continuare a partecipare alla scena con la stessa insistenza del resto. E mentre alcune informazioni arrivano fortissimo, altre hanno bisogno di più tempo per emergere.
Entriamo in un supermercato. Il primo imputato è quasi sempre lo stesso: le luci. Neon, faretti, illuminazione intensa. Certo, possono pesare moltissimo. Ma proviamo a guardare tutto il resto.
Il supermercato è pieno di colori, contrasti, scritte, confezioni, pattern, riflessi, oggetti ripetuti e dettagli. Gli scaffali raccolgono centinaia di elementi diversi in pochissimo spazio e ogni corsia cambia completamente scena. Ci sono cartelli appesi, offerte evidenziate, etichette da leggere, prodotti da cercare in mezzo ad altri prodotti quasi identici. Alcune zone sono ordinate per file e colori, altre sembrano una battaglia appena conclusa tra biscotti e detersivi.
E poi si muove tutto. Mentre camminiamo, intere file di scaffali attraversano il campo visivo e le confezioni scorrono ai lati. Ma soprattutto si muovono le persone, e le persone hanno una caratteristica percettivamente impegnativa: sono poco prevedibili. Cambiano direzione, si fermano all’improvviso, attraversano la corsia, tornano indietro, allungano un braccio verso uno scaffale, spostano il carrello, compaiono da un incrocio. Il cervello deve continuamente aggiornare la scena e capire dove sono, dove stanno andando e se il nostro percorso entrerà nel loro.
Anche gli oggetti immobili producono movimento visivo quando siamo noi a spostarci: camminando, facciamo scorrere il supermercato davanti agli occhi. Scaffali, scritte, colori e pattern entrano nel campo visivo, si avvicinano, scorrono lateralmente e scompaiono dietro di noi.
E dentro tutto questo magari stiamo semplicemente cercando il caffè. Dobbiamo individuarlo tra decine di confezioni, leggere un’etichetta, confrontare due prezzi, ricordarci cosa manca a casa, guidare il carrello, evitare quello lasciato di traverso da qualcuno e magari anche seguire una conversazione.
Il supermercato può pesare per la luce, certo. Ma può pesare anche per il movimento, la densità di informazioni, i colori, i pattern, il disordine, la ricerca visiva e l’imprevedibilità delle persone. E spesso tutte queste cose arrivano insieme.
Chiedere soltanto «Ti danno fastidio i neon?» può lasciare fuori quasi tutta l’esperienza. E anche dopo aver allargato lo sguardo resta un’altra cosa fondamentale: il peso di ogni stimolo cambia.
Cambia tra persone diverse, cambia nella stessa persona e può cambiare persino per lo stesso stimolo. Una luce può essere piacevole e attirare lo sguardo, accompagnarci per ore chiedendo poche risorse oppure, in un’altra giornata, occupare una fetta enorme del campo percettivo. Possiamo cercare alcuni stimoli e venire travolti da altri. Possiamo persino cercare e soffrire lo stesso stimolo in momenti diversi. La sensorialità si muove lungo un continuum e il nostro punto su quel continuum si muove con lei.
Lo stimolo conta. Conta anche il cervello che lo riceve, in quel momento.
Questo modo di percepire può essere una risorsa potente. Cogliere dettagli, trovare pattern, riconoscere piccole differenze, accorgersi di una variazione che agli altri sfugge, perdersi con piacere nei riflessi dell’acqua o nelle geometrie di un oggetto. Può diventare precisione, competenza, interesse, piacere. A volte semplicemente bellezza.
Poi c’è il conto energetico.
Quando molti elementi mantengono contemporaneamente un peso elevato, il cervello continua a selezionare, integrare, orientarsi, decidere dove mettere l’attenzione. Ancora e ancora. Vedere diventa lavoro. E il lavoro consuma energia. Dopo ore può diventare stanchezza, spossatezza, mal di testa, ansia, sovraccarico, bisogno di silenzio e recupero.
Per conoscere davvero la propria sensorialità serve indagare tutto il sistema: che cosa cattura l’attenzione, che cosa rimane in primo piano, che cosa cerchiamo spontaneamente, che cosa ci dà piacere, che cosa costa energia, che cosa cambia quando siamo stanchi e che cosa succede quando più stimoli si sommano.
Perché una buona mappa sensoriale racconta molto più di ciò che dà fastidio. Racconta come quella persona abita percettivamente il mondo.
E allora allarghiamo la mappa. Perché nella vista c’è molto più da esplorare di quanto ci abbiano insegnato a cercare.
Non esiste una singola teoria capace di spiegare la sensorialità autistica. Nel tempo la ricerca ha costruito modelli diversi: alcuni descrivono come viene organizzata l’informazione, altri cercano possibili meccanismi cerebrali, altri ancora studiano il rapporto tra percezione, aspettative e contesto.
Alcuni di questi modelli hanno più di trent’anni e sono stati modificati, discussi e ridimensionati dalla ricerca successiva. Vale quindi la pena leggerli per quello che sono: pezzi della storia scientifica dell’autismo e strumenti diversi per osservare uno stesso fenomeno complesso.
▶ Weak Central Coherence (Uta Frith, 1989)
I dettagli possono avere una corsia preferenziale.
La Weak Central Coherence nasce dall’osservazione di una particolare tendenza all’elaborazione locale: davanti a una scena complessa, molte persone autistiche mostrano una forte attenzione alle singole parti e ai dettagli.
Nella formulazione originaria, questa caratteristica veniva interpretata soprattutto come una difficoltà nel costruire rapidamente un significato globale. La ricerca successiva ha modificato parecchio questa lettura. Oggi è più prudente parlare di bias verso l’elaborazione locale o di uno stile cognitivo orientato ai dettagli: la capacità di cogliere l’insieme può essere presente, mentre il dettaglio mantiene una particolare salienza.
Questo cambio di prospettiva è importante. Il dettaglio smette di essere semplicemente ciò che impedisce di vedere l’insieme e diventa una modalità privilegiata di elaborazione dell’informazione.
Che cosa cerca di spiegare: attenzione ai dettagli, elaborazione locale e globale, costruzione del significato complessivo.
▶ La teoria delle minicolonne corticali (Manuel Casanova e colleghi, 2002)
Una delle ipotesi ha cercato la risposta nella struttura microscopica della corteccia.
La corteccia cerebrale presenta un’organizzazione microscopica in cui i neuroni formano strutture verticali chiamate minicolonne corticali. Casanova e colleghi hanno descritto, in campioni post-mortem di persone autistiche, alcune differenze nella loro organizzazione. Studi successivi dello stesso gruppo hanno riportato minicolonne mediamente più strette e una maggiore densità cellulare in alcune aree corticali.
Da queste osservazioni è nata l’ipotesi che una diversa organizzazione delle minicolonne possa influenzare il rapporto tra elaborazione locale e comunicazione tra aree cerebrali. È però importante fermarsi alla parola ipotesi: questi risultati riguardano campioni piccoli e non permettono di descrivere in modo diretto come una singola persona autistica percepisca uno stimolo.
Olga Bogdashina utilizza una metafora efficace per rendere intuitiva questa idea: una doccia con la tenda dentro la vasca contiene gli schizzi; con la tenda fuori, la stessa acqua si distribuisce molto più lontano. È una metafora divulgativa, utile per immaginare il concetto, non una descrizione letterale di ciò che accade nel cervello.
Che cosa cerca di esplorare: possibili basi neuroanatomiche delle differenze nell’elaborazione delle informazioni.
▶ Equilibrio tra eccitazione e inibizione (Rubenstein & Merzenich, 2003)
Per funzionare, le reti cerebrali devono continuamente regolare la propria attività.
I circuiti nervosi dipendono dall’interazione tra segnali eccitatori, che favoriscono l’attività neuronale, e segnali inibitori, che contribuiscono a modularla. Rubenstein e Merzenich proposero che, almeno in alcune forme di autismo, questo equilibrio potesse essere diverso e influenzare il rapporto tra segnale e rumore nelle reti neurali.
È un’ipotesi molto più ampia della sola percezione sensoriale e negli anni è diventata una cornice di ricerca complessa. Non significa semplicemente che il cervello autistico sia “più eccitato” o che gli stimoli vengano sempre amplificati. L’equilibrio eccitazione-inibizione riguarda circuiti, aree cerebrali e momenti diversi e continua a essere oggetto di ricerca.
Che cosa cerca di esplorare: possibili meccanismi neurobiologici che contribuiscono alle differenze nell’elaborazione delle informazioni.
▶ Enhanced Perceptual Functioning (Laurent Mottron e colleghi, 2006)
E se alcune differenze percettive fossero anche capacità percettive particolarmente sviluppate?
Il modello dell’Enhanced Perceptual Functioning cambia prospettiva. Mottron e colleghi propongono che nell’autismo alcuni processi percettivi di basso livello possano avere un ruolo particolarmente forte e, in alcuni compiti, mostrare prestazioni superiori.
Il modello comprende una maggiore elaborazione locale, una discriminazione particolarmente precisa di alcune caratteristiche degli stimoli e una maggiore autonomia dei processi percettivi rispetto alle elaborazioni di livello superiore. Non significa che ogni persona autistica possieda una percezione eccezionale in ogni ambito: descrive un profilo possibile e una diversa organizzazione del peso della percezione.
Qui il dettaglio viene quindi osservato da un’altra angolazione: può essere qualcosa che il sistema percettivo elabora particolarmente bene.
Che cosa cerca di spiegare: elaborazione locale, discriminazione percettiva, prestazioni superiori in alcuni compiti e punti di forza percettivi.
▶ Predictive Processing e HIPPEA (Van de Cruys et al., 2014)
Il cervello vede anche attraverso ciò che si aspetta di trovare.
Il Predictive Processing parte da un’idea affascinante: il cervello costruisce continuamente previsioni su ciò che sta per accadere e le confronta con le informazioni che arrivano dai sensi. Quando previsione e realtà coincidono abbastanza, può dedicare meno attenzione a ciò che conosce già. Quando qualcosa sorprende le aspettative, nasce un errore di predizione e quella differenza acquista importanza.
Van de Cruys e colleghi hanno proposto il modello HIPPEA, High, Inflexible Precision of Prediction Errors in Autism. Secondo questa ipotesi, nell’autismo gli errori di predizione potrebbero ricevere un peso elevato in modo meno flessibile. Il cervello avrebbe quindi più difficoltà a decidere quali discrepanze meritano davvero attenzione e quali possono essere lasciate passare.
Torniamo nella cucina di ogni mattina. Tavolo, sedie, frigorifero, finestra: una scena conosciuta. Un sistema predittivo può usare ciò che già sa per elaborarla rapidamente. Se però molte piccole differenze continuano a essere considerate informative, anche una scena familiare conserva più novità, più dettaglio, più cose da aggiornare.
È un modello particolarmente interessante per il nostro discorso perché può collegare fenomeni apparentemente lontani: attenzione ai dettagli, bisogno di prevedibilità, peso del contesto e carico prodotto da ambienti complessi o mutevoli. Studi più recenti che hanno coinvolto direttamente persone autistiche suggeriscono che HIPPEA riesca a descrivere alcune esperienze, pur richiedendo ulteriori sviluppi e sfumature.
Che cosa cerca di spiegare: peso attribuito alle informazioni inattese, rapporto tra dettaglio e previsione, adattamento al cambiamento e costruzione del contesto.
Un paesaggio ancora da esplorare
Queste teorie non sono cinque versioni della stessa spiegazione. Alcune descrivono uno stile di elaborazione, altre propongono meccanismi neurobiologici, altre cercano di costruire modelli computazionali della percezione. Hanno ricevuto quantità diverse di conferme, critiche e revisioni nel corso degli anni.
E soprattutto nessuna, da sola, contiene “la spiegazione dell’autismo”.
Possiamo però metterle una accanto all’altra e vedere emergere alcune domande che attraversano decenni di ricerca: quanto peso riceve un dettaglio? Quanto facilmente diventa sfondo? Quanto intervengono esperienza e aspettative? Come vengono integrate informazioni diverse? Quanto lavoro richiede costruire una scena stabile a partire da tutto ciò che arriva?
Il puzzle è ancora aperto. Ed è probabilmente una descrizione molto più interessante della scienza rispetto a cinque belle caselle tutte perfettamente chiuse.
Che cosa può cambiare nella vista
Abbiamo parlato di sensorialità visiva come se fosse una cosa sola. Adesso possiamo aprirla e vedere che cosa c’è dentro.
Dire «sono ipersensibile alla vista» racconta ancora poco. A che cosa? Al movimento? Ai contrasti? Ai riflessi? A una stanza piena di oggetti? Ai volti? Alla profondità? A qualcosa che si ripete cento volte davanti agli occhi?
E soprattutto: che cosa succede quando quello stimolo arriva? Cattura l’attenzione? Affatica? Disorienta? Dà piacere? Aiuta a concentrarsi? Diventa qualcosa da cercare?
Movimento, colori, contrasti, luce, riflessi, pattern, volti, profondità e organizzazione dello spazio sono parti diverse dell’esperienza visiva. Possono pesare, attirare, confondere, orientare, affascinare, stancare. E possono farlo in combinazioni completamente diverse da persona a persona.
Quindi apriamo la vista e guardiamoci dentro, un pezzo alla volta.
I pattern

Il cervello ama trovare schemi.
Riconoscere qualcosa che si ripete aiuta a orientarsi, prevedere ciò che accadrà e organizzare le informazioni. Linee, simmetrie, geometrie e ripetizioni sono dappertutto e il sistema visivo le intercetta continuamente.
Nell’autismo i pattern possono acquistare una presenza particolare. Se molti dettagli mantengono un peso elevato, una superficie ripetitiva contiene moltissime informazioni: non c’è soltanto il muro di mattoni, ci sono i mattoni. Non soltanto il mosaico, ma ogni tessera che lo compone.
Piastrelle, recinzioni, veneziane, tappeti, carta da parati, finestre di un palazzo, file ordinate di oggetti: una ripetizione può catturare lo sguardo e tenerlo lì. Le singole parti continuano a emergere mentre, contemporaneamente, formano un insieme.
Ci sono pattern in cui è meraviglioso perdersi. Le onde che arrivano una dopo l’altra, le venature del legno, le foglie di un albero, le geometrie di un mosaico, le file perfette di oggetti. Guardarli può dare piacere, calma, interesse, persino quella soddisfazione quasi fisica che arriva quando qualcosa ha esattamente l’ordine che dovrebbe avere.
Altri pattern chiedono parecchio lavoro. Una carta da parati molto fitta, un pavimento con geometrie ad alto contrasto, decine di oggetti ripetuti o una superficie visivamente molto densa possono continuare a richiamare l’attenzione e aumentare il carico percettivo.
Poi c’è un effetto collaterale decisamente utile: quando il cervello è molto bravo a trovare una regola, spesso vede subito anche quando qualcuno la rompe. Un elemento fuori posto, una differenza minuscola, un errore dentro una sequenza, una simmetria interrotta possono saltare agli occhi rapidamente. Questa precisione può diventare competenza in moltissimi ambiti, dalla ricerca all’arte, dalla tecnica alla grafica.
Il movimento

Tra tutto ciò che vediamo, il movimento ha una corsia preferenziale per l’attenzione.
Qualcosa cambia posizione, compare, attraversa il campo visivo e il cervello se ne accorge. Basta una foglia che si muove, un’ombra sul pavimento, una persona che passa con la coda dell’occhio. Il sistema visivo è costruito per rilevare rapidamente questi cambiamenti, perché sapere che qualcosa si sta muovendo nell’ambiente è un’informazione importante.
E il movimento ha una caratteristica interessante: per vederlo, qualcosa deve muoversi, ma quel qualcosa possiamo essere anche noi.
Camminiamo lungo una strada e le case scorrono ai lati. Guardiamo fuori dal finestrino del treno e alberi, pali, edifici e cartelli attraversano il campo visivo a velocità diverse. Giriamo la testa e, per un istante, cambia l’intera scena. Gli oggetti sono fermi, ma sulla retina la loro posizione cambia continuamente perché ci stiamo muovendo noi.
A questo si aggiunge tutto ciò che si muove davvero: persone che camminano, biciclette, automobili, tende mosse dal vento, ventilatori, televisori, ombre, acqua, foglie, riflessi. In un ambiente vivo il campo visivo cambia continuamente.
Nell’autismo alcuni di questi movimenti possono mantenere un peso molto alto. Una persona che cammina in fondo alla stanza può continuare a richiamare lo sguardo mentre cerchiamo di leggere. Il riflesso del sole sull’acqua può diventare irresistibile. Una tenda che oscilla può catturare l’attenzione a ogni passaggio. E quando molti elementi si muovono insieme, il cervello deve aggiornare continuamente la scena, seguire traiettorie e decidere dove dirigere l’attenzione.
Il movimento può quindi consumare energia. Ma può anche nutrire.
Guardare le foglie agitate dal vento, l’acqua che scorre, un oggetto che ruota, le ombre che cambiano o i riflessi che danzano su una parete può essere profondamente piacevole. Per alcune persone il movimento diventa una forma di ricerca sensoriale: qualcosa da osservare a lungo, capace di regolare l’attivazione e dare benessere.
E una particolare sensibilità ai cambiamenti può far emergere cose minuscole: un gesto appena accennato, una variazione nell’andatura, qualcosa che si sposta in periferia, un dettaglio comparso soltanto per un istante.
Il movimento può distrarre, sovraccaricare, attirare, regolare, affascinare. Prima di chiedersi se “dà fastidio”, vale la pena chiedersi che cosa fa.
Colori e contrasti

Il colore fa molto più che rendere il mondo colorato. Separa, raggruppa, segnala, orienta. Ci aiuta a trovare un oggetto in mezzo agli altri, riconoscere un alimento, seguire un percorso, individuare rapidamente qualcosa che spicca nella scena.
Poi c’è il contrasto. Una forma chiara su uno sfondo scuro salta fuori. Una scritta molto accesa cattura lo sguardo. Una linea netta sul pavimento può diventare improvvisamente importante. Colore, luminosità e contrasto contribuiscono continuamente a decidere che cosa emerge e che cosa rimane sullo sfondo.
Nell’esperienza autistica queste differenze possono acquistare un peso particolare. Un colore molto saturo può dominare la scena, un contrasto netto può continuare a richiamare l’attenzione, un insieme di colori diversi può trasformare un ambiente in una quantità enorme di informazioni da organizzare. E naturalmente cambia da persona a persona: ciò che per qualcuno è troppo intenso, per qualcun altro è esattamente ciò che gli occhi stavano cercando.
Perché i colori possono anche essere un piacere sensoriale enorme. Alcune combinazioni danno calma, altre energia, altre ancora quella soddisfazione difficile da spiegare che arriva semplicemente dal guardarle. C’è chi cerca colori intensi, chi ama certe gamme cromatiche, chi organizza oggetti per colore e chi costruisce intorno a sé ambienti con tonalità precise perché lì dentro il cervello sta bene.
La sensibilità cromatica può significare anche cogliere sfumature sottilissime, accorgersi che due tonalità apparentemente identiche sono diverse, vedere immediatamente un colore fuori posto o percepire piccoli cambiamenti di luce e saturazione. In alcuni lavori artistici, grafici, fotografici, tecnici o scientifici questa precisione diventa una competenza preziosa.
I colori fanno parte dell’ambiente sensoriale. Possiamo subirli, cercarli, usarli per orientarci e persino sceglierli per costruire luoghi in cui stare meglio.
Lo spazio

Entriamo in una stanza e, quasi senza accorgercene, il cervello deve capire che cosa c’è, dove si trova e che rapporto ha con tutto il resto. Separa gli oggetti dallo sfondo, crea gruppi, individua percorsi, stabilisce priorità e costruisce una mappa della scena.
Prendiamo una stanza con pochi mobili, superfici libere e oggetti ben distribuiti. Ci sono pochi elementi da mettere in relazione e la struttura dello spazio emerge rapidamente.
Adesso riempiamo la stessa stanza. Scatole a terra, libri impilati, cavi, vestiti sulle sedie, fotografie, mensole cariche, soprammobili, decorazioni, oggetti appoggiati uno davanti all’altro.
Ogni cosa aggiunge informazione alla scena.
Una tazza sul tavolo è una tazza. Venti oggetti sullo stesso tavolo sono anche venti forme, venti posizioni, bordi che si sovrappongono, colori, distanze, relazioni tra un oggetto e l’altro. Se molti di questi elementi continuano a mantenere un peso elevato, il cervello ha parecchio materiale da organizzare prima ancora che noi decidiamo di fare qualcosa.
E allora cercare le chiavi, attraversare la stanza, trovare un libro su una mensola o semplicemente stare lì può richiedere più energia.
Lo stesso può accadere in una cartoleria piena fino al soffitto, in una libreria molto densa, in un mercatino, in un negozio di bricolage o in una casa ricca di oggetti. Per qualcuno sono luoghi meravigliosi da esplorare: ogni centimetro contiene qualcosa da guardare. Per qualcun altro quella stessa abbondanza visiva diventa rapidamente faticosa. E la stessa persona può vivere entrambe le esperienze in momenti diversi.
L’organizzazione dello spazio può diventare anche uno strumento di regolazione. Mettere gli oggetti sempre nello stesso posto, lasciare alcune superfici libere, creare categorie visive, usare contenitori, separare gli elementi o costruire un ordine riconoscibile significa anche ridurre il lavoro necessario per leggere continuamente l’ambiente.
E c’è chi dell’organizzazione spaziale possiede una sensibilità finissima: ricorda esattamente dove si trovava qualcosa, vede immediatamente un oggetto spostato, riconosce una modifica nella disposizione di una stanza o costruisce mappe mentali molto precise dei luoghi.
Lo spazio ha una sua densità sensoriale. E l’ordine può essere molto più di una preferenza estetica: può essere un modo per rendere il mondo visivamente leggibile.
Luce, riflessi e sfarfallio

Quando diciamo «mi dà fastidio la luce» sembra una descrizione precisa. In realtà abbiamo appena aperto un’altra scatola.
Può contare quanto è intensa una luce, ma anche da dove arriva, quanto è uniforme, quanto contrasta con il resto dell’ambiente e quanto rapidamente cambia. Il sole diretto negli occhi è un’esperienza diversa da una stanza molto illuminata. Un faro che compare all’improvviso è diverso da una luce costante. Passare dal buio alla piena luce richiede un adattamento ancora diverso.
Anche la qualità e il colore della luce cambiano l’esperienza. Il cielo azzurro di una giornata limpida, la luce calda del tramonto, quella fredda e diffusa di una giornata coperta, il bianco quasi uniforme di un cielo pieno di nuvole producono ambienti visivi molto diversi. Per alcune persone proprio la luce delle giornate nuvolose può risultare particolarmente fastidiosa: è diffusa, arriva da una porzione enorme del cielo e può creare una luminosità uniforme e difficile da schermare. Per altre persone accade il contrario e quella stessa luce è più confortevole del sole diretto.
Non esiste quindi una sola “luce forte”. Esistono luci diverse, e il sistema visivo può rispondere in modo molto diverso a ciascuna.
Poi ci sono i riflessi. Il sole su un parabrezza, una finestra, un pavimento lucido, una superficie metallica, uno specchio, l’acqua. La fonte luminosa può essere perfettamente tollerabile e diventare molto più presente quando rimbalza sulle superfici, compare in punti diversi della scena o cambia mentre ci muoviamo.
E ci sono anche gli aloni intorno alle luci, un fenomeno che può riguardare chiunque e che, quando è presente, entra a far parte dell’esperienza sensoriale complessiva. Per alcune persone una sorgente luminosa ha confini abbastanza definiti; per altre può essere circondata da un alone, da raggi o da una luminosità diffusa che occupa una porzione molto più grande del campo visivo. La differenza diventa particolarmente evidente la sera e di notte, quando fari, lampioni e semafori luminosi emergono su uno sfondo scuro. Durante la guida, molti aloni contemporaneamente possono sovrapporsi, aumentare l’abbagliamento e rendere più faticoso distinguere ciò che c’è intorno.
Qui è importante fare una distinzione: vedere aloni intorno alle luci può avere molte cause, comprese caratteristiche ottiche dell’occhio come astigmatismo, secchezza oculare o altri problemi visivi. L’esperienza sensoriale e il funzionamento della vista possono sommarsi. Se gli aloni compaiono improvvisamente, diventano molto marcati o aumentano nel tempo, vale la pena parlarne con un oculista.
E poi c’è lo sfarfallio. Alcune sorgenti luminose e alcuni schermi producono variazioni molto rapide della luminosità. Per molte persone queste variazioni vengono integrate in una luce apparentemente continua; altre possono percepirle maggiormente oppure sperimentarne gli effetti come affaticamento, irritazione o difficoltà a mantenere l’attenzione.
Nell’autismo luci, riflessi e variazioni luminose possono mantenere una presenza molto forte. Possono attirare continuamente lo sguardo, rendere più difficile concentrarsi su altro e aumentare progressivamente il carico percettivo. Una stanza può quindi diventare faticosa per il modo in cui è illuminata, anche quando nessuna singola lampada sembra particolarmente potente.
Ma la luce può anche essere meravigliosa. Il sole che passa attraverso le foglie, i riflessi sull’acqua, un prisma che scompone la luce, le ombre che cambiano durante il giorno, una superficie iridescente. Per alcune persone sono stimoli da cercare, osservare a lungo, fotografare, seguire con gli occhi.
Quindi anche «sensibilità alla luce» dice ancora troppo poco. La domanda utile è: quale luce, in quale situazione, e che cosa succede quando la incontri?
Volti e espressioni facciali

Un volto è un concentrato pazzesco di informazioni. Chi è questa persona? Dove sta guardando? Che espressione ha? Sta parlando seriamente o scherzando? Quell’espressione significa la stessa cosa che significava cinque minuti fa?
Il cervello fa tutto questo molto rapidamente, ma dentro quel gesto apparentemente semplice, guardare una faccia, stanno succedendo parecchie cose diverse.
Prima distinzione fondamentale: riconoscere una persona e interpretare la sua espressione sono due compiti diversi. Possiamo sapere perfettamente che qualcuno è arrabbiato senza avere idea di chi sia. E possiamo riconoscere immediatamente nostra sorella senza capire che cosa significhi l’espressione che ha in quel momento.
Nell’autismo questi processi possono avere profili molto diversi. Una persona può riconoscere facilmente i volti e impiegare più tempo a interpretare le espressioni. Un’altra può leggere bene un’espressione e avere difficoltà a stabilire a chi appartiene quel volto. Familiarità, contesto, attenzione ed energia disponibile possono cambiare ulteriormente l’esperienza.
Per molte persone leggere un’espressione facciale sembra naturale e immediato. Guardano un volto e hanno la sensazione di sapere subito che cosa comunica. In realtà il cervello sta facendo molto più lavoro di quanto appare: integra l’espressione con la voce, la postura, quello che è appena successo, il luogo, la relazione con quella persona e le aspettative costruite sulla situazione.
Un sorriso, preso da solo, può significare molte cose: gioia, imbarazzo, cortesia, tensione, complicità, sarcasmo. È il contesto che aiuta a restringere le possibilità. Lo stesso sorriso durante una festa, un colloquio di lavoro o una discussione può essere interpretato in modi completamente diversi.
Quando questo processo è automatico, sembra che il significato sia dentro la faccia. In realtà il cervello lo costruisce mettendo insieme quella faccia con tutto ciò che le sta intorno: voce, postura, situazione, relazione, ciò che è appena accaduto. Quando questa integrazione richiede più tempo e più lavoro, anche leggere una situazione sociale diventa un compito percettivo e cognitivo più impegnativo.
Per riconoscere chi abbiamo davanti, invece, il volto è soltanto una delle strade disponibili. Molte persone utilizzano anche la voce, il modo di camminare, i capelli, gli occhiali, l’abbigliamento, la postura e il luogo in cui incontrano qualcuno. Questi indizi possono diventare particolarmente importanti quando riconoscere l’identità attraverso il volto è difficile.
Nei casi in cui esiste una difficoltà specifica e significativa nel riconoscere le persone dal volto parliamo di prosopagnosia. E qui vale la pena fermarsi un momento, perché riconoscere una faccia è una cosa talmente automatica per chi sa farlo che è difficile immaginare davvero che cosa succeda quando quel meccanismo funziona in modo diverso.
La prosopagnosia è una difficoltà specifica nel riconoscere l’identità delle persone attraverso il volto.
Possiamo vedere occhi, naso, bocca, lineamenti ed espressioni e avere comunque difficoltà a rispondere alla domanda fondamentale: «Chi è?» La difficoltà riguarda il processo attraverso cui il cervello costruisce l’identità di un volto e lo collega alla persona che conosciamo.
Si distinguono generalmente una forma evolutiva, presente fin dall’infanzia senza una lesione cerebrale acquisita che la spieghi, e una forma acquisita, che compare in seguito a un danno cerebrale, per esempio dopo un ictus o un trauma. Nella prosopagnosia evolutiva sono state osservate familiarità e componenti ereditarie, anche se i meccanismi genetici coinvolti sono ancora oggetto di ricerca.
La prosopagnosia può presentarsi con intensità molto diverse. Alcune persone faticano soprattutto a riconoscere chi incontrano raramente. Altre possono avere difficoltà con colleghi, vicini di casa, amici e familiari. Nei casi più marcati può diventare difficile riconoscere perfino i propri figli, il partner o il proprio volto.
A me è capitato durante una videoconferenza con molte finestre aperte. Ero distratta, ho visto una donna sullo schermo e l’ho salutata. Quella donna ero io. In quel momento non stavo pensando alla mia immagine e il riconoscimento spontaneo del volto non era avvenuto. Se avessi pensato «tra queste finestre ci sono anch’io», avrei potuto correggere l’errore attraverso il ragionamento.
Questo è un aspetto importante della prosopagnosia: riconoscimento automatico e riconoscimento attraverso il ragionamento sono due cose diverse. Possiamo arrivare perfettamente all’identità di una persona utilizzando altre informazioni, anche quando il volto da solo non produce immediatamente quel riconoscimento.
Ed è qui che il contesto diventa fondamentale. Sapere chi ci aspettiamo di incontrare, sapere dove siamo e collegare una persona alla situazione restringe rapidamente le possibilità. Un incontro inatteso e fuori contesto può invece far saltare uno dei principali punti di riferimento.
A me è successo persino con mia madre. L’ho incontrata per caso mentre ero con un’amica e non l’ho riconosciuta. È stata la mia amica a dirmi: «Ma quella non è tua madre?». A quel punto l’informazione ha rimesso insieme i pezzi e ho capito immediatamente chi avevo davanti.
Molte persone prosopagnosiche sviluppano infatti un vero repertorio di strategie alternative. La voce, il modo di camminare, la postura, l’altezza, la corporatura, gli occhiali, l’acconciatura, la barba, l’abbigliamento, un tatuaggio, un accessorio, il luogo in cui incontriamo qualcuno o la persona che lo accompagna possono diventare un sistema di riconoscimento parallelo al volto.
Mio padre, per esempio, l’ho sempre riconosciuto. Per i suoi tempi era molto alto, lo vedevo al di sopra della folla e aveva barba, baffi e occhiali: un insieme di caratteristiche stabili e molto distintive. C’erano molti indizi che conducevano tutti alla stessa persona.
Ma avere bisogno dei dettagli per riconoscere le persone non significa registrare tutti i dettagli. Alcuni acquistano un peso enorme, altri possono rimanere quasi irrilevanti. Il cervello seleziona quali informazioni utilizzare.
Mia madre aveva portato gli occhiali per moltissimi anni. Dopo un intervento di cataratta ha smesso di usarli. Io mi sono accorta che non portava più gli occhiali soltanto anni dopo. Naturalmente vedevo il suo volto, ma il mio cervello disponeva evidentemente di altri elementi sufficienti per identificarla e la scomparsa degli occhiali non era diventata un’informazione importante.
Mi succede anche con caratteristiche visivamente molto evidenti. Il migliore amico di mia figlia è singalese e ha la pelle scura. Una volta, parlando di sé, ha detto di essere nero e io mi sono resa conto che non avevo mai registrato consapevolmente il colore della sua pelle. Lo vedevo, naturalmente, ma quella caratteristica non aveva acquistato un peso particolare nella rappresentazione che avevo costruito di lui.
Questo aiuta a capire un punto più generale: vedere un dettaglio e registrarlo come informazione significativa sono due cose diverse. Attenzione ai dettagli non significa attenzione a tutti i dettagli. Alcuni diventano punti di riferimento potentissimi, altri rimangono visibili senza acquistare particolare importanza.
A volte, invece, un elemento apparentemente secondario entra stabilmente nel sistema di riconoscimento. Una persona che incontriamo ogni giorno mentre porta a spasso il cane può diventare improvvisamente difficile da identificare quando la troviamo da sola al supermercato. Il volto è lo stesso. È cambiato il pacchetto di informazioni attraverso cui eravamo abituati a riconoscerla.
Le conseguenze riguardano inevitabilmente anche la vita sociale. Non salutare qualcuno per strada può essere interpretato come maleducazione, freddezza o disinteresse quando, semplicemente, quella persona non è stata riconosciuta. Dopo molte esperienze di questo tipo possono comparire imbarazzo, incertezza e ansia nelle situazioni sociali.
Ripensando alla propria vita, alcune persone prosopagnosiche possono anche accorgersi di aver trovato particolarmente facili da riconoscere persone con caratteristiche molto distintive. Non serve una scelta consapevole: un cervello che utilizza molti indizi per costruire l’identità può trovarsi decisamente meglio quando quegli indizi sono chiari, stabili e riconoscibili.
La prosopagnosia è presente anche nella popolazione generale. Gli studi suggeriscono che le difficoltà nel riconoscimento dell’identità facciale siano più frequenti nelle persone autistiche, anche se autismo e prosopagnosia rimangono fenomeni distinti. Una persona autistica può riconoscere facilmente i volti e una persona prosopagnosica può non essere autistica.
Profondità, distanze e orientamento nello spazio

Per muoverci nel mondo dobbiamo continuamente capire quanto è lontana una cosa, quanto è profondo uno spazio, dove finisce una superficie e dove ne comincia un’altra.
Sembra semplice perché, quando funziona in automatico, ci pensiamo pochissimo. Scendiamo un gradino, versiamo l’acqua in un bicchiere, afferriamo una tazza, attraversiamo una porta, aggiriamo qualcuno sul marciapiede. Intanto il cervello sta mettendo insieme prospettiva, ombre, dimensioni, movimento degli occhi e del corpo, equilibrio e informazioni che arrivano dai muscoli e dalle articolazioni.
Poi arriva una scala con una fantasia geometrica sui gradini e improvvisamente capire dove mettere il piede può diventare molto meno immediato.
Succede anche con pavimenti molto lucidi, superfici trasparenti, scale mobili, forti contrasti, disegni tridimensionali o cambiamenti poco evidenti nell’altezza del terreno. Le informazioni visive possono rendere più difficile capire dove finisce una superficie, quanto è profondo un gradino o quale distanza separa il corpo da ciò che abbiamo davanti.
E poi ci sono gli altri esseri umani, che hanno l’antipatica abitudine di muoversi e di farlo in modi piuttosto imprevedibili. In una stazione, in una strada affollata o in qualsiasi ambiente molto frequentato dobbiamo stimare continuamente dove sono, in che direzione stanno andando e dove saranno tra qualche secondo, mentre anche noi ci stiamo muovendo. Orientarsi diventa quindi anche un lavoro di previsione delle traiettorie.
Nelle persone autistiche queste esperienze possono essere molto diverse. Qualcuno esita davanti a una scala mobile, qualcuno trova destabilizzante un pavimento lucido o trasparente, qualcuno ha bisogno di più tempo per costruire una mappa di un edificio nuovo. Altre persone possiedono invece una precisione spaziale notevole, ricordano percorsi e disposizioni con grande accuratezza o costruiscono mappe mentali dettagliatissime.
Profondità e orientamento, quindi, raccontano anche il rapporto tra ciò che vediamo e il corpo che deve muoversi dentro ciò che vede.
Camminare, salire una scala o afferrare una tazza sembrano azioni semplici. In realtà il cervello le costruisce mettendo insieme informazioni provenienti da diversi sistemi sensoriali.
La vista permette di riconoscere oggetti, ostacoli, profondità e movimento. Il sistema vestibolare, situato nell’orecchio interno, informa il cervello sui movimenti e sulla posizione della testa rispetto alla gravità e contribuisce all’equilibrio. La propriocezione fornisce informazioni sulla posizione e sul movimento delle diverse parti del corpo, permettendoci, per esempio, di sapere dove si trova una mano anche a occhi chiusi.
Anche il tatto partecipa continuamente a questo lavoro. I piedi raccolgono informazioni sul contatto con il terreno e sulle caratteristiche della superficie, mentre il cervello le combina con ciò che vediamo, con il movimento del corpo e con le informazioni vestibolari e propriocettive.
Tutto questo viene continuamente integrato per costruire e aggiornare una rappresentazione del corpo nello spazio. È ciò che ci permette di regolare un passo, raggiungere un oggetto, mantenere l’equilibrio e modificare la traiettoria mentre ci muoviamo.

Nell’autismo sono state osservate differenze nell’integrazione multisensoriale, anche se queste differenze variano molto tra persone, compiti e combinazioni di sensi. Per qualcuno, quindi, orientarsi in una situazione percettivamente complessa può richiedere maggiore attenzione: una scala mobile, un pavimento trasparente, una superficie visivamente ambigua o un luogo affollato possono chiedere di mettere insieme molti segnali contemporaneamente.
Questo aiuta anche a capire perché parlare della vista isolandola completamente dagli altri sensi ha dei limiti. Noi separiamo i sensi per poterli raccontare. Il cervello, nella vita quotidiana, li fa lavorare insieme.
Vista, sistema vestibolare, propriocezione e tatto si incontreranno quindi di nuovo nei prossimi articoli di questa serie. Ogni senso aggiungerà un pezzo alla stessa domanda: come costruiamo l’esperienza del corpo dentro il mondo?
Ipersensibilità e iposensibilità visiva

Ipersensibilità e iposensibilità sembrano due estremi ordinati di una linea. Nella vita reale hanno molta meno disciplina.
L’ipersensibilità visiva può significare che alcuni stimoli acquistano una presenza enorme: una luce invade il campo visivo, un movimento continua a richiamare l’attenzione, un contrasto affatica, una stanza piena di oggetti diventa difficile da organizzare. Lo stimolo arriva forte, rimane presente e può richiedere molta energia.
L’iposensibilità può avere un’altra faccia. Alcuni stimoli devono essere più intensi per acquistare peso, oppure nasce il bisogno di andare a cercarli. Guardare a lungo qualcosa che ruota, avvicinarsi molto a un oggetto, seguire i riflessi sull’acqua, cercare colori saturi, luci, movimento, geometrie, dettagli. La ricerca sensoriale può diventare piacere, interesse, concentrazione o regolazione.
E le due cose possono convivere. La stessa persona può cercare intensamente alcuni stimoli visivi ed essere sopraffatta da altri. Può amare le luci colorate e soffrire un cielo bianco e luminoso. Cercare il movimento dell’acqua e perdere continuamente la concentrazione quando qualcuno attraversa il campo visivo. Desiderare colori intensi in un ambiente ordinato e trovarsi in difficoltà davanti a una scena piena di colori, oggetti e movimento.
Il profilo sensoriale è una combinazione, non una casella.
E quella combinazione si muove. Sonno, stress, dolore, emozioni, stato di salute, sovraccarico ed energia disponibile modificano quanto possiamo elaborare in quel momento. Una stanza luminosa può essere piacevole al mattino e pesantissima alla sera. Lo stesso ambiente può richiedere pochissime risorse un giorno e moltissime il giorno successivo.
Questo è uno dei motivi per cui conoscere la propria sensorialità richiede qualcosa di più di una lista di «mi piace / mi dà fastidio». Serve osservare che cosa cerchiamo, che cosa ci invade, che cosa ci regola, che cosa ci affatica e soprattutto quando succede.
La sensorialità è un profilo vivo: cambia insieme al cervello, al corpo, all’ambiente e alle risorse disponibili in quel momento.
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Quando vedere richiede più energia

A questo punto abbiamo smontato la vista in parecchie parti. Movimento, pattern, colori, spazio, luce, volti, profondità. Nella vita quotidiana, però, quelle parti arrivano tutte insieme.
Mentre attraversiamo una stanza possiamo contemporaneamente seguire una persona che si muove, orientarci tra gli oggetti, adattarci alla luce, ignorare un riflesso, riconoscere qualcuno e cercare quello che ci serve. Gran parte di questo lavoro avviene senza che ce ne accorgiamo. Ma lavoro rimane, e il lavoro costa energia.
Quando molti stimoli continuano a mantenere un peso elevato, il costo aumenta. Un movimento richiama l’attenzione, un ambiente pieno di dettagli chiede di essere organizzato, un volto richiede interpretazione, una luce invade il campo visivo, un riflesso continua a comparire. Il cervello continua a fare il suo mestiere, soltanto con sempre più roba sulla scrivania.
Il carico visivo può diventare affaticamento, mal di testa, difficoltà di concentrazione, disorientamento, irritabilità, ansia, spossatezza, bisogno di chiudere gli occhi o di uscire da un ambiente. Può diventare più difficile parlare, prendere decisioni, seguire una conversazione o capire che cosa fare dopo. A un certo punto il problema riguarda l’intero sistema.
Ma ciò che scatena la crisi e ciò che l’ha costruita possono essere due cose completamente diverse.
Magari esplodiamo perché qualcuno accende una luce. Sembra assurdo persino a noi: era solo una luce. Ma quella luce può essere arrivata dopo ore di rumore, movimento, conversazioni, decisioni, richieste, dolore, fame, caldo, emozioni e stimoli visivi. Era l’ultimo peso appoggiato su una pila già altissima.
Una crisi può esplodere in pochi secondi. Il sovraccarico che l’ha preparata può essersi costruito per ore.
Per questo fermarsi alla goccia finale racconta pochissimo. La domanda diventa: «Quale percorso mi ha portato fin qui?»
È proprio da questa domanda che nasce la Bussola Attivazione-Disattivazione™ (B.A.D.), uno strumento che ho sviluppato per costruire una mappa del proprio funzionamento. Serve a osservare nel tempo come stimoli sensoriali, eventi, emozioni ed energia disponibile si intrecciano, così da riconoscere gli schemi che accompagnano l’aumento del carico.
Conoscere quella traiettoria permette di riconoscere prima i segnali, capire quali situazioni consumano più risorse e costruire strategie adatte al proprio funzionamento.
Prima delle strategie viene la mappa. Perché è molto più facile proteggere le proprie energie quando sappiamo dove se ne stanno andando.
Strategie: costruire il proprio repertorio

Conoscere il proprio modo di vedere è il primo passo. Poi viene la parte pratica: costruire il proprio repertorio di strategie.
La parola chiave è flessibilità. Sì, proprio quella parola che compare così spesso quando si parla di autismo, di solito per raccontare quanto ce ne sarebbe poca. Che, in un articolo sull’autismo, ha quasi il gusto di una provocazione.
Eppure è esattamente ciò che serve. Una strategia è uno strumento, non una regola. Il livello di energia cambia, gli ambienti cambiano, le attività cambiano e anche ciò che ci aiuta può cambiare insieme a loro.
Pensiamo alle cuffie. Durante un viaggio in treno possono ridurre il rumore e lasciare più risorse disponibili per tutto il resto. Una volta scesi, però, vista, udito e movimento lavorano insieme per orientarci: attraversiamo una strada, ascoltiamo un annuncio, intercettiamo una bicicletta che arriva alle nostre spalle, seguiamo il flusso delle persone. In quel momento può essere utile lasciare che anche l’udito partecipi alla costruzione della scena.
La strategia rimane la stessa. È cambiato il compito.
Con il tempo possiamo costruire una specie di cassetta degli attrezzi sensoriale. Alcune strategie riducono il carico, altre rendono l’ambiente più prevedibile, altre aiutano a recuperare energia. E alcune fanno una cosa altrettanto importante: aggiungono qualcosa che ci fa stare bene.
Tra le possibilità da esplorare ci sono:
- organizzare casa e spazio di lavoro in modo che gli oggetti siano facilmente individuabili e la scena visiva sia leggibile;
- scegliere colori, contrasti e quantità di oggetti che rendano piacevoli gli ambienti in cui trascorriamo molto tempo;
- sperimentare diverse fonti di illuminazione, intensità e posizioni della luce per capire quali funzionano meglio;
- scegliere la posizione nella stanza: lontano da una finestra molto luminosa, con meno movimento nel campo visivo, oppure proprio vicino alla luce naturale se è quella che ci fa stare bene;
- programmare pause dopo attività visivamente impegnative e alternare ambienti molto densi ad altri che richiedono meno elaborazione;
- usare occhiali da sole, cappelli con visiera o altri strumenti quando aiutano a gestire luce e riflessi;
- cercare intenzionalmente gli stimoli visivi che regolano e danno piacere: foglie mosse dal vento, acqua, nuvole, pioggia, fuoco, oggetti in movimento, colori, geometrie, acquari, riflessi o qualunque cosa funzioni per quella persona.
Ogni cervello ha i suoi alleati. Per alcune persone tra questi ci sono lenti o filtri colorati, che possono rendere la lettura o determinati ambienti visivamente più confortevoli. Le prove scientifiche sulla loro efficacia, soprattutto come intervento specifico per l’autismo, sono ancora limitate e i risultati degli studi non sono univoci. Questo non cancella l’esperienza individuale: significa semplicemente distinguere tra «questa cosa aiuta me» e «questa cosa funziona per le persone autistiche». Sono due affermazioni molto diverse.
E poi si sperimenta. Una strategia può funzionare magnificamente in un posto e diventare inutile in un altro. Può servire per anni e poi perdere importanza. Possiamo modificarla, combinarla con altre, abbandonarla e riprenderla.
Il repertorio cresce insieme alla conoscenza di sé.
L’obiettivo è costruire condizioni in cui le energie possano essere usate per ciò che conta e, contemporaneamente, lasciare spazio a piacere, curiosità, interesse e regolazione sensoriale.
Possiamo costruire intorno a noi un mondo sensoriale che ci somigli di più.
Come faccio a capire che qualcosa che vedo mi sta pesando?

Sembra una domanda semplice: se una luce, un movimento o un ambiente visivo mi dà fastidio, me ne accorgo.
A volte succede proprio così. Entriamo in un negozio, veniamo investiti dall’illuminazione e sappiamo immediatamente che vorremmo essere altrove.
Altre volte il corpo arriva prima delle parole. E qualche volta le parole arrivano molto dopo.
Per alcune persone autistiche riconoscere ciò che sta accadendo nel proprio corpo richiede tempo. Tensione, affaticamento, dolore, agitazione o sovraccarico possono essere presenti molto prima che diventi chiaro che cosa sta succedendo e da dove arriva.
E c’è un problema di partenza piuttosto grosso: come faccio a sapere che la mia esperienza del mondo è particolare, se è l’unica esperienza del mondo che abbia mai avuto?
Possiamo arrivare a cinquant’anni pensando:
odio i ristoranti,
fare la spesa mi distrugge,
le feste mi stancano,
nei centri commerciali divento nervoso,
quando esco devo recuperare per ore.
E costruirci sopra spiegazioni perfettamente plausibili. Socialità, ansia, introversione, stanchezza, confusione.
Poi magari scopriamo che una parte del conto la stanno presentando il pavimento lucido, ventisette persone in movimento, le lampade nel campo visivo e il cameriere che ci attraversa davanti ogni quaranta secondi.
Perché se fin da piccoli abbiamo visto il mondo in un certo modo, quella è semplicemente la realtà che conosciamo. Il supermercato è faticoso. Il ristorante è stancante. Il centro commerciale è un posto da cui usciamo esausti. Possiamo passare anni senza pensare di scomporre quell’esperienza e chiederci quanto del suo costo arrivi proprio dalla sensorialità.
A volte la scoperta arriva al contrario. Cambiamo qualcosa e improvvisamente stiamo meglio. Abbassiamo una luce, scegliamo un tavolo laterale, mettiamo degli occhiali, sistemiamo una stanza, ci spostiamo lontano da uno schermo. Il sollievo ci mostra retroattivamente la fatica.
Ed è lì che può comparire una domanda nuova: Aspetta. Quindi poteva essere diverso?
Quello che abbiamo sempre vissuto come “il mondo” può essere anche il modo in cui il nostro sistema sensoriale incontra quel mondo.
Da qui possiamo iniziare a cercare indizi. Accanto a «Che cosa mi dà fastidio?» possiamo mettere una domanda diversa: «Che cosa cambia in me?»
Che cosa fa il mio corpo? Dove va spontaneamente lo sguardo? Cerco di spostarmi? Ho voglia di chiudere gli occhi? Perdo il filo di quello che sto facendo? Parlare diventa più difficile? Crescono tensione, irritabilità, mal di testa o stanchezza? Cerco una luce diversa, un angolo più ordinato, un punto fermo da guardare? E soprattutto: che cosa succede quando quello stimolo scompare?
Poi possiamo riavvolgere il nastro e guardare la scena.
Luci intense, riflessi, movimento, persone che attraversano continuamente il campo visivo, schermi, scaffali, pattern, disordine, centinaia di oggetti contemporaneamente. Magari c’era un elemento particolarmente impegnativo. Magari era l’intero pacchetto.
La mappa comincia a comparire quando mettiamo insieme ciò che succede fuori e ciò che succede dentro.
E se devo capirlo in un’altra persona?
La domanda diventa ancora più importante quando la persona autistica accanto a noi comunica attraverso gesti, immagini, CAA, movimenti, comportamenti, poche parole o altre modalità comunicative.
Il comportamento contiene informazioni.
Una persona può schermarsi gli occhi, girare la testa, abbassare lo sguardo, cercare un angolo più buio, avvicinarsi moltissimo a qualcosa o allontanarsene. Può aumentare i movimenti ripetitivi, cercare sempre lo stesso punto della stanza, interrompere ciò che stava facendo, agitarsi oppure diventare improvvisamente molto ferma. Capacità disponibili pochi minuti prima possono diventare più costose: seguire una richiesta, scegliere, comunicare, aspettare, continuare un’attività.
Il significato emerge dal contesto. Chiudere gli occhi può accompagnare affaticamento visivo, stanchezza, dolore o concentrazione. Cercare l’uscita di un supermercato può avere a che fare con la vista, con i suoni, con gli odori, con il caldo, con le persone o con il glorioso frullato di tutto quanto.
Per questo servono ricorrenze.
Che cosa succede prima? Dove compare quella risposta? Quali stimoli sono presenti? Arriva sotto una certa illuminazione? Nei luoghi affollati? Davanti agli schermi? Quando molte persone si muovono intorno? E che cosa cambia quando ci spostiamo, abbassiamo una luce, troviamo uno spazio più tranquillo o concediamo una pausa?
Possiamo seguire la sequenza:
situazione → cambiamento → risposta → recupero.
Una persona entra in un centro commerciale. Dopo un po’ aumentano i comportamenti di regolazione, rallenta, comunica meno, cerca l’uscita. Arriva in uno spazio tranquillo e progressivamente recupera. Se questa sequenza compare ancora, e poi ancora, abbiamo una pista.
A quel punto possiamo fare piccoli esperimenti. Cambiare una variabile alla volta: scegliere un orario meno affollato, modificare l’illuminazione, cambiare posizione, accorciare la permanenza, offrire occhiali o visiera se graditi, creare una pausa in uno spazio visivamente più semplice. Poi osserviamo cosa cambia.
E soprattutto coinvolgiamo la persona con tutti gli strumenti che possiede. Parole, gesti, immagini, CAA, scelte tra alternative, movimenti, avvicinamenti e allontanamenti possono contribuire alla costruzione della sua mappa.
Vivere un’esperienza sensoriale e riuscire a raccontarla sono due processi diversi.
Le parole sono una strada. I gesti, le scelte, il corpo e il comportamento ne sono altre. Tutte possono portarci informazioni.
Davanti a un comportamento che ci sorprende, la domanda automatica è spesso:
«Perché fa così?»
Proviamo ad aggiungerne un’altra:
«Che cosa sta succedendo intorno a questa persona mentre fa così?»
A volte continuiamo a cercare la spiegazione dentro la persona mentre la risposta sta lampeggiando, riflettendo, scorrendo e passando davanti ai suoi occhi tutto intorno a lei.
La sensorialità ci protegge. E ci nutre.

Abbiamo parlato di sovraccarico, energia, strategie, ambienti da modificare e stimoli da gestire. Ma fermarsi qui significherebbe raccontare soltanto metà della storia.
La sensorialità è anche piacere.
È il modo in cui la luce attraversa le foglie e ci fa fermare a guardarla. È il movimento dell’acqua che potremmo seguire per mezz’ora, un colore che sembra esattamente quello giusto, la pioggia sul vetro, le nuvole che cambiano forma, le geometrie di un edificio, un riflesso che compare per pochi secondi e cattura completamente lo sguardo.
Sono esperienze piccole, a volte difficili persino da spiegare agli altri. Eppure possono dare calma, concentrazione, curiosità, piacere, regolazione. Il mondo sensoriale può consumare energia e può anche restituirne.
Conoscere la propria sensorialità significa allora imparare entrambe le cose: riconoscere ciò che costa e riconoscere ciò che nutre. Sapere quando abbiamo bisogno di protezione e sapere che cosa vale la pena cercare.
Con il tempo possiamo costruire una personale dieta sensoriale visiva: fatta delle luci, dei colori, dei movimenti, degli spazi e delle immagini che funzionano per noi. Una dieta che cambia, perché cambiamo anche noi, e che può diventare sempre più precisa man mano che impariamo a leggerci.
Forse è proprio questo il punto di tutta la faccenda. Conoscere la propria sensorialità significa avere qualche informazione in più per costruire ambienti, giornate e strategie che rispettino il nostro funzionamento. Ma significa anche sapere dove andare a cercare bellezza.
La sensorialità ci permette di conoscere il mondo. Imparare a conoscere la propria sensorialità permette anche di conoscere se stessi.
FAQ
Molte persone autistiche descrivono un’esperienza visiva diversa. La ricerca suggerisce che il cervello possa attribuire un peso differente a dettagli, movimento, luce, colori e contesto. Ogni persona costruisce la propria esperienza visiva in modo unico, per questo non esiste una sola “vista autistica”.
La sensorialità visiva non riguarda solo il sovraccarico. Molte persone trovano piacere e benessere nell’osservare il movimento delle onde, della pioggia, delle foglie mosse dal vento, di un acquario o di oggetti che ruotano. Questi stimoli possono favorire concentrazione, calma e autoregolazione.
La vista non dipende soltanto dagli occhi. È il cervello che organizza e attribuisce significato alle informazioni visive. In alcune persone autistiche luci intense, riflessi, sfarfallii o ambienti ricchi di stimoli richiedono un maggiore investimento di energia. Per questo una luce può risultare molto più impegnativa di quanto appaia a chi osserva la situazione dall’esterno.
Una crisi può svilupparsi molto rapidamente, mentre il sovraccarico che l’ha preparata può essersi costruito nel corso di molte ore. Sonno, stress, emozioni, richieste cognitive e stimoli sensoriali si sommano nel tempo. L’evento finale rappresenta spesso la goccia che porta il cervello oltre il limite delle risorse disponibili.
Sì. Ogni persona costruisce nel tempo un proprio repertorio di strategie. Organizzare gli ambienti, scegliere con attenzione luce e colori, alternare momenti ricchi di stimoli a pause rigeneranti, utilizzare strumenti come occhiali filtranti o cuffie quando risultano utili e conoscere ciò che favorisce il proprio benessere permette di utilizzare le energie in modo più sostenibile.
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Per approfondire
Vermeulen, P. (2015). Autism as Context Blindness. Autism Asperger Publishing Company.
✍️ Nota dell’autrice
Questo articolo nasce dall’incontro tra ricerca scientifica, esperienza clinica e testimonianze di persone autistiche. Quando la letteratura propone più spiegazioni per uno stesso fenomeno, vengono presentate come ipotesi complementari, rispettando la complessità dell’autismo e l’attuale stato delle conoscenze.
Questo articolo fa parte del progetto Manuale Punk per Autistici: una raccolta di articoli, strumenti pratici e riflessioni dedicati alle persone autistiche che vogliono comprendersi meglio, proteggere le proprie energie e costruire una vita compatibile con il proprio funzionamento.




