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Mi chiamo Sam

Il sarà proiettato sabato 6 novembre all’interno dell’evento , che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.00 alle ore 19.00. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Il al cinema della (che all’epoca nemmeno veniva percepita, dalla stragrande maggioranza delle persone, come tale) nel 2001 poteva contare già su un buon nucleo di titoli, e su alcuni classici che nei decenni passati avevano fatto la fortuna di registi e attori di Hollywood: era stato così a fine anni ‘80 per Rain Man, tuttora il film maggiormente ricordato di Barry Levinson ed ennesima affermazione attoriale per Dustin Hoffman; era stato così nel 1994 per Forrest Gump, film acchiappa-Oscar che consolidò tanto la fama di regista di Robert Zemeckis (già autore di alcuni classici del decennio precedente) quanto il grande di Tom Hanks. E non dimentichiamoci nemmeno, sempre nei nineties, l’importante prova di un giovanissimo Leonardo DiCaprio in Buon compleanno Mr. Grape, diretto dal navigato Lasse Hallstrom. Il cambio di paradigma nel racconto di queste tematiche, con un approccio almeno parzialmente più complesso e meno pietistico, era ancora di là da venire: in un titolo come Mi chiamo Sam siamo ancora al vecchio modello, alla intesa necessariamente come (intellettiva), a modelli di rappresentazione ideali e idealizzati più che reali. Modelli, tuttavia, che qui raggiungono efficacemente lo scopo.

Protagonista del film è Sam (un inedito Sean Penn), un quarantenne con disabilità intellettiva, costretto a crescere da solo sua figlia Lucy Diamond (Dakota Fanning) – chiamata così in onore dei Beatles e della loro arcinota Lucy in the Sky With Diamonds. L’uomo e sua figlia sono stati infatti abbandonati dalla madre della bambina subito dopo la sua nascita; nonostante la disabilità di Sam, i due sono legati da un fortissimo, che supera le loro differenze e permette all’uomo di impegnarsi al meglio nel suo (garzone di un bar) per mantenere la bambina. Ad aiutarlo, la vicina Arnie Cassell (Dianne West) e uno strampalato gruppo di amici. Ma le incomprensioni e gli equivoci sono sempre dietro l’angolo, e un paio di incidenti provocano la sottrazione della piccola all’incolpevole Sam. L’uomo, aiutato dall’ambiziosa avvocata Rita Harrison (Michelle Pfeiffer), inizia così una lunga battaglia legale per il riottenimento di sua figlia, a sua volta fortemente decisa a tornare con suo padre. In questo, lui e Rita scopriranno inimmaginabili punti in comune, mentre la loro battaglia finirà con l’aiutare la stessa Rita a rimettere ordine nella sua stessa vita, e nei suoi complicati rapporti familiari.

Se è vero che Mi chiamo Sam è espressione di un paradigma vecchio nella narrazione della disabilità, e se è vero che il personaggio di Sam ha in parte poco realistiche e molto idealizzate, è anche vero che il film di Jessie Nelson, già regista della commedia Corrina, Corrina (1994), mostra una raffinatezza visiva e un’efficacia nella resa di un rapporto padre-figlia atipico tali da fargli perdonare le ingenuità (in parte figlie del periodo). Se la parola diversità, ricorrente nel film, finisce per rimandare automaticamente al personaggio di Sam, è anche vero che questa assume apprezzabilmente un valore più ampio, andando a coinvolgere tutti i personaggi: la stessa Lucy, positivamente differente dai suoi coetanei in quanto cresciuta in un setting familiare così atipico; Rita, diversa certo da Sam, ma forse anche dall’autentica sé, che man mano, grazie all’uomo, avrà modo di riscoprire tramite un faticoso processo di riappropriazione dell’; e infine Lucy e Sam, ovviamente, diversi e complementari e irrinunciabili l’una per l’altro. La capacità di cogliere il concetto nelle sue sfaccettature è certo un merito da ascrivere alla sceneggiatura del film, equilibrata nella ricercata schematizzazione dei personaggi; merito precipuo della regia, invece, è il suo taglio nervoso e molto tipico dei primi anni 2000, con soggettive, colori caldi e sovraesposti, e un mood costantemente in bilico tra videoclip e .

Molto fa, in Mi chiamo Sam, anche la prova corale degli attori, guidati ovviamente da un Penn che, date le peculiarità (e se vogliamo i limiti) di concezione del personaggio, costruisce un Sam efficace e sorprendentemente misurato; ma anche una giovanissima e già espressiva Dakota Fanning, qui nominata al SAG Award (fu la più giovane candidata nella del premio), affiancata da veterane come Michelle Pfeiffer e Dianne West. Lo score musicale sembra voler rendere – o meglio abbozzare – le percezioni della mente di Sam, sospeso com’è tra il minimalismo delle composizioni originali e le rielaborazioni delle canzoni dei Beatles, presenti lungo tutta la pellicola. La commozione (fortemente chiamata e ricercata) è inevitabile, il tono volutamente improntato alla fiaba contemporanea. Ma siamo in un territorio – quello dei rapporti familiari atipici – in cui in fondo un po’ di stilizzazione ed estremizzazione possono anche essere concesse. Il cinema, per fortuna, è anche questo. Il mimetico, per chi lo vuole, va certo ricercato altrove.

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