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120 battiti al minuto

Il sarà proiettato sabato 30 ottobre all’interno dell’evento , che si tiene presso la sede di Roma di CuoreMenteLab, dalle ore 16.00 alle ore 19.00. Clicca qui per prenotare gratuitamente.

Come abbiamo già detto in passato, il 2017 fu un anno importante per il cinema a tematica , che portava nel circuito dei festival importanti – lì Berlino, qui Cannes – due dei suoi esempi più significativi: il già trattato Una donna fantastica, diretto dal cileno Sebastián Lelio, e questo 120 battiti al minuto, opera del regista francese Robin Campillo. Qui, lo sguardo si rivolge prevalentemente, affrancandosi dalla mera, pur presente tematica queer, all’elemento medico e socioculturale che più di tutti minacciò la comunità tra gli anni ‘80 e ‘90, quello dell’AIDS. Una minaccia che il film di Campillo rappresenta nei corretti di una sbagliata e deleteria, che voleva limitare il pericolo dell’epidemia meramente a certe categorie sociali (le persone omosessuali, appunto, nonché i tossicodipendenti) e aggiungeva ulteriore stigma su una comunità che proprio allora stava iniziando a far sentire, in modo più organico che in passato, la sua voce.

Allontanandosi in questo dal collega cileno, Campillo privilegia appunto in 120 battiti al minuto la dimensione politica del , entrando nelle attività del collettivo Up-Paris, di difesa dei diritti delle persone sieropositive, protagonista di alcune delle più spettacolari azioni di protesta che il periodo ricordi. Proprio all’interno del collettivo (di cui lo stesso regista fu militante) si muove l’azione del protagonista Nathan, diviso tra il suo impegno di attivista e la neonata relazione con Sean, uno dei militanti più radicali del . Mentre la vita del gruppo prosegue in modo irregolare e tumultuoso, e le sue azioni di protesta si moltiplicano, la malattia di Sean finisce per aggravarsi: Nathan, a un certo punto, dovrà trovarsi a gestire la difficile conciliazione tra la vicinanza al compagno e le asperità di un attivismo politico che si fa sempre più spigoloso e duro.

Vincitore sulla Croisette del Gran Premio della Giuria, del Premio Fipresci e della Queer Palm dedicata al cinema a tematica LGBTQ+, 120 battiti al minuto tiene a mente la lezione di un classico del genere come Philadelphia di Jonathan Demme, ma sceglie di racchiudere nel suo obiettivo la comunità più che i singoli: in questo, quello di Robin Campillo è un film intimamente politico, in quanto si concentra soprattutto sull’attività del collettivo e sul suo difficoltoso interfacciarsi con le istituzioni, impotenti e incapaci di arginare la minaccia dell’epidemia, condizionate da una forma mentis che all’epoca rappresentava davvero (per usare un termine oggi abusato e stravolto) una sorta di “pensiero unico”. Il regista sceglie di alternare la ricostruzione delle spettacolari azioni del gruppo, sempre più frequenti, con le tumultuose riunioni che lo animano, nonché con scorci di vita privata dei suoi due protagonisti; lo fa con una interessante scelta di montaggio, spesso su piani temporali sfalsati, che restituisce tutto il senso di precaria vitalità di quel contesto.

Su tutto 120 battiti al minuto aleggia comunque, inevitabilmente (ed è una scelta voluta) un sentore di sconfitta, risultato in primis del carattere infausto della che accomuna i suoi personaggi: ma questo sentore – e questo è un merito da ascrivere al film – non si esplicita in scelte volte a sollecitare un malinteso pietismo, né a mettere in luce in modo “pornografico” gli elementi del deterioramento fisico e della morte (pur presenti). Piuttosto, il sottilmente plumbeo e arreso – ma non rassegnato – che permea il film è reso dal commento sonoro, martellanti ritmi house quasi incantatori e ipnotici (i 120 battiti del titolo sono proprio l’unità di misura di frequenza della house) nonché dalle molte sequenze che ritraggono i protagonisti in discoteca, con un simbolico “lasciarsi andare” dei protagonisti a un flusso di eventi che porteranno a un’inevitabile conclusione. Il contesto sociale più generale dell’epoca, così come il vitale e fragile microcosmo dell’associazione, sono resi con molta precisione da Campillo, che subordina a essi resa della realtà quotidiana dei due protagonisti: il personale e il politico, come si diceva una volta, con inevitabili e necessari sconfinamenti reciproci.

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