Il naso che sa cose
di Francesca Mela
Tutto ciò che conosciamo del mondo arriva attraverso i nostri sensi.
I colori di un tramonto, il profumo del pane appena sfornato, il rumore della pioggia, la consistenza di un tessuto, il gusto del caffè, la sensazione di equilibrio mentre camminiamo, il battito del nostro cuore.
Ogni secondo i nostri sistemi sensoriali raccolgono una quantità enorme di informazioni provenienti dall’ambiente e dal nostro stesso corpo. Il cervello le organizza, le interpreta, attribuisce loro un significato e costruisce, istante dopo istante, la nostra esperienza del mondo.
La sensorialità non è un unico argomento. Vista, udito, tatto, gusto, olfatto, propriocezione, sistema vestibolare e interocezione partecipano insieme a questa costruzione.
Nei primi tre articoli siamo partiti dalla vista, siamo passati attraverso l’udito e abbiamo incontrato il mondo sulla pelle.
Questa volta seguiremo qualcosa che spesso non possiamo nemmeno vedere arrivare.
È già nell’aria.

Sentire il mondo attraverso gli odori
Entri in casa e senti che qualcuno ha cucinato. Apri il frigorifero e qualcosa ti fa esitare. Passi accanto a una persona e riconosci il suo profumo. Il cane è bagnato e, con grande discrezione, lo comunica all’intero edificio. Da qualche parte arriva odore di bruciato.
L’olfatto ha qualcosa di immediato. Un odore può raggiungerci mentre stiamo pensando ad altro e cambiare in un attimo quello che facciamo: ci fermiamo, ci avviciniamo, cerchiamo da dove arriva, apriamo una finestra, controlliamo il forno, decidiamo che quel boccone forse è meglio lasciarlo lì.
A volte è meraviglioso. Il pane caldo, la terra bagnata, il caffè, una persona che conosciamo, la testa del cane. Altre volte decisamente meno: immondizia, sudore, muffa, cibo andato a male, qualcosa che sta bruciando.
Ma anche gli odori che fanno schifo hanno un lavoro da fare.
Il disgusto può spingerci lontano da qualcosa che potrebbe essere nocivo o contaminato. Un odore insolito può avvertirci che nell’ambiente è cambiato qualcosa. Quello di bruciato ci mette in allerta. L’odore di un alimento può farci fermare prima di mangiarlo. Il naso non è un rilevatore di pericoli infallibile, ma è uno dei sistemi con cui raccogliamo indizi su ciò che ci circonda.
L’olfatto ci attira e ci respinge, ci avverte, ci orienta, ci fa ricordare. E spesso comincia a farlo prima che abbiamo trovato le parole per dire che cosa stiamo sentendo.
Per capire come riesca a fare tutte queste cose, però, dobbiamo partire da qualcosa di molto meno poetico.
Molecole che ci entrano nel naso.
Che cosa stiamo annusando, esattamente?
Quando sentiamo odore di caffè, di fumo o di cane bagnato, qualcosa è effettivamente arrivato fino a noi. Le sostanze rilasciano nell’aria molecole volatili che viaggiano fino al nostro naso e incontrano il sistema olfattivo. Da lì il segnale arriva al cervello, che deve cominciare a capire che cosa farsene.
Sentire un odore, però, non significa necessariamente sapere che cos’è. Possiamo aprire il frigorifero e accorgerci immediatamente che qualcosa non va, magari capire persino da quale ripiano arriva, e non avere ancora la minima idea di chi sia il criminale. Altre volte basta un istante: gelsomino, benzina, pizza, pioggia sull’asfalto. Lo abbiamo già riconosciuto.
Il nostro sistema olfattivo può quindi rilevare la presenza di un odore, distinguerlo da altri e identificarlo. Nella vita quotidiana queste operazioni sembrano una cosa sola perché avvengono molto velocemente, ma non lo sono. Possiamo sentire qualcosa senza riconoscerlo, distinguere perfettamente due odori senza saperli nominare oppure identificare un odore familiare quasi all’istante.
In pratica, il naso raccoglie indizi e il cervello cerca di capire che storia raccontano. Qualche volta arriva subito al nome, qualche volta resta con un vago ma inequivocabile qui c’è qualcosa di strano.
Sentire un odore, distinguerlo e sapere che cos’è sono tre faccende diverse.
Un senso legato alla memoria
Gli odori hanno un rapporto particolarmente stretto con la memoria e con le emozioni. Basta sentire qualcosa e possiamo ritrovarci altrove, qualche volta prima ancora di avere capito che cosa stiamo annusando.
Il profumo di una crema usata da qualcuno molti anni fa. L’odore di una mensa scolastica, di un ospedale, di una cantina, dell’interno di una macchina. Una pietanza cucinata in famiglia. Un detergente. Non serve necessariamente riuscire a dargli subito un nome: possiamo sapere dove ci porta molto prima di sapere che cos’è.
Anche per questo un odore può diventare familiare, rassicurante, desiderabile oppure terribilmente sgradevole attraverso le esperienze a cui è stato associato. Non reagiamo soltanto alle molecole che abbiamo nel naso in quel momento. In quella percezione possono esserci anche una persona, un luogo, un ricordo, qualcosa che abbiamo imparato ad aspettarci.
La domanda “quanto è forte questo odore?” racconta quindi soltanto un pezzo dell’esperienza. Possiamo sentirlo appena e riconoscerlo immediatamente, trovarlo intenso ma piacevole, non sapere che cosa sia e volerci comunque allontanare, oppure sentirci stranamente a casa senza capire subito perché.
Sono tutte informazioni che il nostro cervello deve organizzare.
E nell’autismo, come vedremo, questi pezzi non si muovono necessariamente tutti nella stessa direzione.
Quando il cervello organizza gli odori in modo diverso

Nell’autismo le differenze sensoriali possono riguardare anche l’olfatto. Alcuni odori possono diventare enormemente presenti, altri essere cercati, altri ancora farci allontanare in fretta. Ma infilare tutto dentro le categorie di ipersensibilità e iposensibilità olfattiva rischia di farci perdere parecchi pezzi.
L’olfatto non ha una sola manopola con scritto volume.
Possiamo accorgerci di un odore quando è presente in quantità molto piccole, oppure avere bisogno di una concentrazione maggiore prima di rilevarlo. Possiamo sentirlo senza riuscire a identificarlo. Possiamo riconoscerlo perfettamente e trovarlo molto più sgradevole di quanto lo trovi un’altra persona. Oppure l’odore può anche non sembrarci particolarmente forte, ma una volta entrato nella nostra attenzione non se ne va più.
La ricerca, nel complesso, suggerisce che non esista un “olfatto autistico” semplicemente più sensibile o meno sensibile. Le differenze più consistenti sembrano riguardare il modo in cui le informazioni olfattive vengono elaborate e, in particolare, la capacità di riconoscere e identificare gli odori. Gli studi più recenti trovano anche differenze nella soglia olfattiva, cioè nella quantità di sostanza necessaria perché un odore venga rilevato, soprattutto nei bambini.
C’è poi una questione di non poco conto: quello che succede in un test e quello che viviamo nella vita quotidiana non sono necessariamente la stessa cosa. Possiamo non avere una soglia particolarmente bassa e stare comunque malissimo per un odore. Il problema può essere quanto ci disgusta, quanto invade la nostra attenzione, quanto a lungo continua a essere presente, quello che ci ricorda o semplicemente il fatto di dover continuare a fare altre cose mentre lui se ne sta lì, abusivamente, nel nostro naso.
Per questo due persone che dicono «sento tantissimo gli odori» possono raccontare esperienze molto diverse. Una può accorgersi di un odore molto presto, un’altra sentirlo più o meno alla stessa concentrazione degli altri ma viverlo come molto intenso o sgradevole, un’altra ancora continuare a sentirlo quando per tutti gli altri è ormai diventato parte dello sfondo.
E dentro la stessa persona il paesaggio può cambiare completamente da un odore all’altro. Possiamo fuggire dalla spazzatura e andare deliberatamente a cercare il caffè. Sentire il profumo di qualcuno da lontano e poi tenere il naso piantato nel pelo del cane. Eliminare un detergente da casa e comprare per dieci anni lo stesso sapone perché quello ha l’odore giusto.
Nell’autismo, quindi, l’olfatto sembra differire più nel modo in cui le informazioni odorose vengono elaborate che in un semplice “sentire di più” o “sentire di meno”.
La ricerca sull’olfatto nell’autismo è molto meno ampia rispetto a quella dedicata ad altri sistemi sensoriali e, per parecchio tempo, ha restituito risultati difficili da mettere insieme. Una delle ragioni è semplice: l’olfatto non è una cosa sola. Possiamo misurare la concentrazione minima necessaria perché una persona si accorga della presenza di un odore, la capacità di distinguere odori diversi, quella di identificarli oppure chiedere quanto un odore sembri intenso, piacevole o sgradevole. Una persona può avere risultati molto diversi a seconda dell’aspetto dell’olfatto che stiamo osservando.
Una meta-analisi del 2017, che riuniva 11 studi, mostrava una forte variabilità sia nei test di soglia olfattiva sia in quelli di identificazione. Nello stesso anno, una revisione sistematica degli studi su olfatto e gusto nell’autismo trovava differenze più frequentemente nell’identificazione degli odori che nella semplice capacità di rilevarli, mentre intensità, piacevolezza e familiarità restituivano risultati meno uniformi.
Una successiva meta-analisi del 2020 ha rafforzato soprattutto il dato sull’identificazione: era questo l’aspetto in cui emergeva la differenza più consistente tra gruppi autistici e non autistici. Per soglia, discriminazione, intensità percepita e valutazione edonica, invece, il quadro risultava meno netto.
Nel 2026 è arrivata una revisione sistematica e meta-analisi molto più ampia: 46 studi, 87 misure di effetto, 1.580 partecipanti autistici e 7.698 non autistici. Considerando complessivamente i test psicofisici, le prestazioni del gruppo autistico risultavano mediamente inferiori. Le differenze emergevano sia nell’identificazione degli odori sia nella soglia di rilevazione, ed erano particolarmente evidenti nei bambini.
L’identificazione merita però una precisazione. Identificare un odore richiede diversi passaggi: percepirlo, confrontarlo con odori già conosciuti, riconoscerne la familiarità, collegarlo a una categoria e, a seconda del tipo di test, scegliere o recuperare un’etichetta verbale. Un risultato inferiore nei test di identificazione, quindi, non ci dice da solo in quale punto di questo percorso si trovi la differenza.
Alcuni studi più piccoli hanno provato a guardare meglio dentro questo passaggio. In uno studio su 15 adulti autistici e 15 controlli, la minore prestazione nell’identificazione era dovuta in parte a un maggior numero di risposte vicine a quella corretta: l’odore non veniva necessariamente identificato con precisione, ma la risposta poteva appartenere a una categoria semanticamente vicina. Lo stesso studio trovava anche differenze nella discriminazione di odori presentati a concentrazioni superiori alla soglia, nella valutazione dell’intensità e nel giudizio di alcuni odori sgradevoli.
In un altro studio, condotto su 18 adulti autistici e 18 controlli, prestazioni inferiori nei test di soglia e identificazione erano accompagnate da una minore attivazione della corteccia piriforme, una regione coinvolta nell’elaborazione olfattiva. È un risultato interessante, ma il campione è piccolo e non permette di stabilire che questa sia la causa generale delle differenze olfattive osservate nell’autismo.
Al momento, quindi, sappiamo con maggiore sicurezza che nei test di identificazione emerge mediamente una differenza tra gruppi autistici e non autistici; sappiamo molto meno sul perché. I dati disponibili suggeriscono che possano essere coinvolti diversi passaggi, dall’elaborazione dell’informazione olfattiva fino alla categorizzazione e all’identificazione precisa dell’odore.
C’è poi un altro elemento importante: il risultato cambia anche in base a come decidiamo di misurare l’olfatto. Nella meta-analisi del 2026 le differenze emergevano nei test psicofisici e nelle valutazioni effettuate da altre persone, mentre non compariva lo stesso andamento nelle autovalutazioni e nei giudizi soggettivi sugli odori. Un test che misura a quale concentrazione riusciamo a rilevare una sostanza, uno che ci chiede di identificare un odore e una domanda come “quanto ti dà fastidio?” stanno osservando aspetti differenti dell’esperienza olfattiva.
Nel complesso, questi risultati suggeriscono che le differenze olfattive associate all’autismo dipendano dalla dimensione esaminata, dall’età e dal metodo utilizzato per misurarla. Soglia, discriminazione, identificazione e valutazione soggettiva descrivono aspetti differenti del funzionamento olfattivo e possono produrre profili diversi anche nella stessa persona.
Fonti
Larsson, M., Tirado, C., & Wiens, S. (2017). A Meta-Analysis of Odor Thresholds and Odor Identification in Autism Spectrum Disorders. Frontiers in Psychology, 8, 679. DOI: 10.3389/fpsyg.2017.00679. PubMed
Boudjarane, M. A., Grandgeorge, M., Marianowski, R., Misery, L., & Lemonnier, É. (2017). Perception of odors and tastes in autism spectrum disorders: A systematic review of assessments. Autism Research, 10(6), 1045–1057. DOI: 10.1002/aur.1760. PubMed
Olfactory Dysfunction in Neurodevelopmental Disorders: A Meta-Analytic Review of Autism Spectrum Disorders, Attention Deficit/Hyperactivity Disorder and Obsessive-Compulsive Disorder (2020). Articolo completo su PubMed Central
Wicker, B., Monfardini, E., & Royet, J.-P. (2016). Olfactory processing in adults with autism spectrum disorders. Molecular Autism, 7, 4. DOI: 10.1186/s13229-016-0070-3. Articolo completo su PubMed Central
Koehler, L., et al. (2018). Impaired Odor Perception in Autism Spectrum Disorder Is Associated with Decreased Activity in Olfactory Cortex. Chemical Senses, 43(8), 627–634. DOI: 10.1093/chemse/bjy051. PubMed
Cullen, I., Dal Bò, E., Maddox, P., Sophocles, T., McShea, K., Brodkin, E. S., & Parma, V. (2026). Olfactory Function in Autism Spectrum Disorder Across the Lifespan: A Systematic Review and Meta-Analysis. Autism, 30(9), 2225–2247. DOI: 10.1177/13623613261462975. PubMed
Che cosa può cambiare nell’olfatto

Dire che una persona è molto o poco sensibile agli odori ci dà soltanto una prima indicazione. L’esperienza olfattiva comprende diversi passaggi: rilevare un odore, distinguerlo dagli altri, identificarlo, percepirne l’intensità, attribuirgli una qualità piacevole o sgradevole e reagire alla sua presenza.
Come abbiamo fatto con vista, udito e tatto, possiamo smontare l’esperienza e guardare più da vicino che cosa cambia.
Soglia e intensità: sentirlo prima, sentirlo più forte
Quando parliamo di sensibilità agli odori nell’autismo viene spontaneo immaginare un naso capace di sentire quantità minuscole di sostanze che gli altri non percepiscono. E invece non è necessariamente lì che sta la differenza.
La soglia olfattiva indica quanto deve essere presente una sostanza perché riusciamo a rilevarne l’odore. Una soglia bassa permette di accorgersene a concentrazioni molto piccole; con una soglia più alta, nell’aria ce ne deve essere di più.
Se prendiamo sul serio gli studi più recenti, in media le persone autistiche non sembrano rilevare gli odori a concentrazioni più basse. La meta-analisi del 2026 trova anzi prestazioni mediamente inferiori nei test di soglia, soprattutto nei bambini. Tradotto: nei gruppi studiati è servita mediamente una concentrazione maggiore perché l’odore venga rilevato. Questo, naturalmente, è un risultato di gruppo: non ci dice quale sarà la soglia della singola persona autistica.
Quindi possiamo essere enormemente disturbati dagli odori senza necessariamente sentirli prima degli altri.
La soglia è soltanto il punto in cui l’odore compare sulla mappa. Da lì in poi possiamo percepirlo come molto intenso, trovarlo disgustoso, non riuscire a ignorarlo oppure continuare a sentirlo quando per gli altri è già diventato sfondo. Possiamo persino avere bisogno di una concentrazione maggiore per accorgerci che c’è e, una volta superata quella soglia, reagire con forza.
Accorgersi prima di un odore e soffrirlo di più sono due cose diverse.
Quando diciamo «questo odore mi ammazza», quindi, non stiamo necessariamente dicendo «riesco a sentirne quantità che gli altri non percepiscono». Potremmo averlo sentito nello stesso momento degli altri, o persino dopo. La differenza può cominciare dopo: nell’intensità, nel disgusto, nella risposta del corpo, nell’attenzione che quell’odore si prende o nella fatica necessaria per continuare a fare altro mentre lo sentiamo.
Discriminare e identificare: diverso, ma cos’è?

Sentire che nell’aria c’è qualcosa è soltanto il primo passaggio. Possiamo accorgerci che due odori sono diversi, anche senza sapere che cosa siano. Questa è la discriminazione olfattiva. Possiamo poi riconoscere ciò che stiamo sentendo e, magari, riuscire anche a dargli un nome.
Le cose non vanno sempre insieme. Possiamo annusare due magliette e sapere immediatamente che hanno odori diversi senza riuscire a spiegare in che cosa consista la differenza. Possiamo aprire il frigorifero e pensare qui è cambiato qualcosa senza avere ancora trovato il responsabile. Oppure il riconoscimento può essere fulmineo: questo è il detergente che hanno usato, questo latte ha un odore diverso dal solito, qui c’è stato del fumo.
Nella ricerca sull’autismo, l’identificazione degli odori è una delle differenze che emerge con maggiore regolarità. In media, nei test le persone autistiche hanno più difficoltà a passare dal “sento qualcosa” al “so che cos’è”, soprattutto durante l’infanzia.
Sul perché, invece, la ricerca non ha ancora una risposta definitiva.
Identificare un odore richiede parecchio lavoro. Bisogna percepirlo, confrontarlo con qualcosa che abbiamo già incontrato, riconoscerlo come familiare, collegarlo a ciò che sappiamo e, quando ci viene chiesto di nominarlo, recuperare anche la parola giusta. La differenza osservata nei test potrebbe quindi nascere in punti diversi di questo percorso. Sono state chiamate in causa l’elaborazione olfattiva stessa, la memoria, la categorizzazione, la familiarità con gli odori e l’accesso alle etichette verbali, ma nessuna di queste spiegazioni, da sola, chiude la questione.
E possiamo sapere parecchie cose di un odore prima di riuscire a dire come si chiama. Posso sapere che viene dalla cucina. Che è una spezia. Che la conosco. Che la metteva mia nonna in un certo piatto. Che mi piace.
Poi finalmente arriva: cannella.
Alcuni piccoli studi sull’autismo hanno trovato proprio risposte di questo tipo: non completamente sbagliate, ma vicine all’odore corretto, come se una parte dell’informazione fosse disponibile senza arrivare all’identificazione precisa. Sono dati ancora troppo piccoli per costruirci sopra una spiegazione generale, ma rendono evidente quanto sia riduttivo leggere un risultato più basso in un test di identificazione come “questa persona sente meno gli odori”.
“Non so dirti cos’è” non significa necessariamente “non l’ho riconosciuto”.
Possiamo averlo sentito, distinto dagli altri, trovato familiare, collegato a un luogo o a un ricordo e restare comunque lì, con il nome sulla punta del naso.
Piacevolezza e disgusto: quanto mi piace quello che sento?

Un odore può essere appena percepibile e farci schifo in maniera spettacolare. Un altro può essere fortissimo e farci venire voglia di continuare ad annusarlo.
Intensità e piacevolezza sono due dimensioni diverse.
Quando percepiamo un odore, infatti, non valutiamo soltanto quanto è forte. Gli attribuiamo anche una valenza edonica: ci piace, ci lascia indifferenti oppure ci risulta sgradevole. E tra mi piace e mi fa schifo esiste un territorio enorme.
Nell’esperienza di molte persone autistiche questo territorio può sembrare particolarmente accidentato. Alcuni odori vengono descritti come insopportabili, nauseanti, capaci di rendere difficile rimanere in una stanza o avvicinarsi a una persona. Altri vengono cercati deliberatamente e annusati più volte perché sono piacevoli, familiari, rassicuranti o semplicemente meravigliosamente giusti.
La stessa persona può attraversare entrambi gli estremi. Può fuggire dal reparto dei detersivi di un supermercato e poi affondare il naso nel pelo del cane. Eliminare da casa un sapone perché il suo odore è intollerabile e cercarne continuamente un altro perché annusarlo è un piacere.
E la reazione può sembrare sproporzionata persino a noi che la stiamo provando.
È soltanto un odore.
Lo sappiamo.
Il naso, evidentemente, non ha ricevuto la circolare.
Il disgusto è una risposta con una funzione protettiva: contribuisce ad allontanarci da possibili fonti di contaminazione, deterioramento o altre sostanze potenzialmente nocive. Per questo può mobilitare rapidamente attenzione, comportamento e corpo. Sapere razionalmente che un determinato odore è innocuo non obbliga la risposta di disgusto a diventare altrettanto ragionevole.
Dall’altra parte c’è il piacere. Anche quello può essere intenso. Possiamo cercare deliberatamente l’odore del caffè, della carta, di un tessuto, della terra, di una persona, di un animale. Annusare ancora. E ancora. Non perché ci serva identificarlo, ma perché sentirlo è piacevole.
La ricerca sull’autismo, però, non ci permette al momento di trasformare questa esperienza in una regola generale. Gli studi sulla valutazione edonica degli odori hanno prodotto risultati eterogenei e le meta-analisi non mostrano semplicemente che le persone autistiche giudichino gli odori più spiacevoli o più piacevoli delle persone non autistiche.
Possiamo quindi tenere insieme due informazioni: la ricerca non dimostra una valenza olfattiva universalmente più estrema nell’autismo; l’esperienza quotidiana di alcune persone autistiche comprende attrazioni e avversioni olfattive molto intense.
E forse, per conoscerci, la domanda più utile non è soltanto:
quanto è forte questo odore?
ma anche:
quanto è forte quello che provo verso questo odore?
Reagire: quando l’odore coinvolge il corpo

A volte sappiamo che un odore ci disturba perché lo pensiamo. Altre volte ce lo comunica il corpo con pochissima diplomazia.
Arriva la nausea. Si chiude lo stomaco. Tratteniamo il respiro quasi senza accorgercene, giriamo la testa, ci copriamo il naso, ci allontaniamo. Possiamo avere conati, perdere improvvisamente l’appetito oppure sentire il bisogno urgente di aprire una finestra e trovare aria diversa.
Anche il movimento può cambiare. Passiamo più velocemente accanto alla fonte dell’odore, scegliamo un’altra strada, restiamo sulla porta invece di entrare, teniamo il viso lontano da qualcosa che dobbiamo maneggiare. Oppure succede il contrario: ci avviciniamo, inspiriamo più profondamente, torniamo ad annusare.
Il corpo, insomma, partecipa alla percezione.
E spesso reagisce molto velocemente. Non dobbiamo necessariamente formulare il pensiero questo odore mi disturba, quindi mi allontano. Potremmo esserci già spostati prima di aver messo in parole quello che sta succedendo.
A volte la reazione può essere sorprendentemente intensa. Anni fa ero al mare con un amico autistico. Era estate e passammo accanto a un cassonetto dell’immondizia da cui arrivava un odore tremendo, amplificato dal caldo. Lui fece pochi passi e svenne.
Non so quale meccanismo abbia provocato quello svenimento e non posso attribuirlo semplicemente all’odore. Quello che ricordo molto bene è la sequenza: il cassonetto, la sua reazione immediata all’odore e poi lui a terra. È uno degli episodi che mi ha fatto capire quanto una risposta sensoriale possa coinvolgere il corpo in una misura che, vista dall’esterno, sembra quasi assurda.
Per chi passa accanto allo stesso cassonetto pensando soltanto che schifo, è difficile immaginare che per un’altra persona quello stesso stimolo possa avere un impatto completamente diverso.
Le conseguenze possono entrare stabilmente nell’organizzazione della vita quotidiana. La spazzatura, per esempio, è un problema enorme per me e per diverse altre persone autistiche con cui mi sono confrontata. Per qualcuno la risposta è categorica: non riesce a occuparsene e, quando è possibile, il compito viene affidato a un’altra persona.
Quando un’altra persona non c’è, bisogna inventarsi qualcosa.
Io vivo da sola e la spazzatura devo portarla fuori. Ho quindi imparato a farlo a digiuno. La reazione agli odori può arrivare fino ai conati o al vomito e, molto pragmaticamente, se devo rischiare di vomitare preferisco farlo con lo stomaco vuoto.
È una strategia poco elegante, ma racconta bene che cosa può significare adattarsi a una difficoltà sensoriale. Da fuori si vede una persona che porta fuori un sacchetto. Non si vede necessariamente tutta l’organizzazione costruita intorno a quel gesto: quando farlo, se mangiare prima, quanto velocemente muoversi, come respirare, come ridurre il contatto con l’odore e quanto tempo servirà poi perché quella sensazione se ne vada.
Una differenza sensoriale diventa importante anche così: quando comincia a decidere come organizziamo le nostre azioni.
Un odore può essere un’esperienza del corpo intero.
Questo diventa particolarmente importante quando riconoscere i propri segnali corporei è difficile. La reazione all’odore può diventare essa stessa un’informazione: sto trattenendo il respiro; ho smesso di mangiare; continuo a girare la faccia; sto cercando di uscire da qui. A volte possiamo capire quanto ci sta pesando un odore osservando quello che il nostro corpo ha già cominciato a fare.
E conta anche il tempo. Un odore sopportabile per qualche secondo può diventare molto più difficile mentre cuciniamo, lavoriamo, viaggiamo in macchina o cerchiamo di dormire. La domanda allora cambia: non soltanto che cosa succede quando lo sento?, ma che cosa succede se devo continuare a sentirlo?
Quando “odore” coinvolge anche altri sistemi sensoriali

C’è poi una complicazione interessante: non tutto quello che chiamiamo “odore” appartiene esclusivamente all’olfatto.
Pensiamo al mentolo. Ha un aroma che possiamo riconoscere, ma produce anche quella caratteristica sensazione di fresco. L’ammoniaca può avere un odore molto netto e contemporaneamente pungere il naso e gli occhi. Il fumo lo annusiamo, ma può anche bruciare in gola. Il peperoncino ha un aroma, eppure il suo bruciore è un’altra faccenda.
In tutti questi casi, insieme al sistema olfattivo può entrare in gioco anche il sistema trigeminale, che partecipa alla sensibilità del viso, del naso e della bocca e può rilevare gli effetti irritanti o termici prodotti da diverse sostanze chimiche.
Questa componente della percezione viene chiamata chemestesi. È quella che contribuisce al bruciore del peperoncino, alla freschezza del mentolo, al pizzicore o all’irritazione provocati da alcune sostanze. Non stiamo soltanto annusando: stiamo anche sentendo fisicamente qualcosa.
Per questo, quando diciamo «questo odore mi brucia il naso», potremmo essere molto più precisi di quanto sembri. L’odore e il bruciore possono arrivare insieme, ma appartengono almeno in parte a sistemi differenti.
Nella vita quotidiana, naturalmente, il cervello non ci consegna il referto: componente olfattiva presente, attivazione trigeminale rilevata. Ci arriva un’unica esperienza. Un detergente può avere un profumo che troviamo sgradevole e contemporaneamente irritarci il naso. Il fumo può disgustarci per il suo odore e farci bruciare occhi e gola. Possiamo quindi dire semplicemente «non sopporto quell’odore» anche quando una parte di ciò che non sopportiamo è una sensazione fisica associata a quella sostanza.
Questo aggiunge un’altra domanda alla nostra mappa:
che cosa sto sentendo esattamente?
Perché puzza, brucia, punge, fa lacrimare, dà una sensazione di freddo e mi disgusta possono presentarsi insieme. Ma raccontano cose diverse.
Quando un odore resta

Entriamo in una stanza e sentiamo immediatamente un odore. Rimaniamo lì e, dopo qualche tempo, può sembrarci meno intenso.
È uno dei fenomeni caratteristici dell’olfatto. Con l’esposizione continua, la risposta del sistema olfattivo può diminuire attraverso processi di adattamento, mentre a livelli successivi dell’elaborazione intervengono anche fenomeni di abituazione. In termini molto pratici, qualcosa che inizialmente occupava il primo piano può progressivamente scivolare sullo sfondo.
Basta uscire e rientrare perché a volte ricompaia con sorprendente evidenza.
Ma questo processo varia con l’odore, la durata e l’intensità dell’esposizione, il contesto e la persona. E soprattutto non possiamo dare per scontato che ciò che è diventato quasi invisibile al naso di qualcuno lo sia diventato anche per quello di chi gli sta accanto.
Nell’esperienza quotidiana alcune persone autistiche descrivono proprio questo: odori che faticano a diventare sfondo. Continuano a essere presenti, a richiamare l’attenzione, a occupare spazio. A volte rimane anche la sensazione che un odore si sia trasferito sui capelli, sulla pelle, sui vestiti o sugli oggetti e continui ad accompagnarci dopo che ci siamo allontanati dalla fonte.
Su questo esiste anche qualche dato sperimentale, ma siamo ancora su un terreno molto piccolo. Uno studio del 2019 ha confrontato l’adattamento olfattivo in 9 bambini autistici e 9 bambini non autistici, trovando nel gruppo autistico una riduzione dell’adattamento durante l’esposizione ripetuta all’odore. È un risultato interessante perché va nella stessa direzione di alcune esperienze raccontate dalle persone autistiche, ma un campione di diciotto bambini è troppo piccolo per trasformarlo in una caratteristica generale dell’autismo.
Possiamo quindi tenere insieme le due cose: esistono persone autistiche che riferiscono una particolare persistenza degli odori e abbiamo un piccolo dato sperimentale compatibile con questa esperienza, ma la ricerca disponibile è ancora insufficiente per dire quanto il fenomeno sia comune o attraverso quali meccanismi avvenga.
La domanda, comunque, rimane preziosa:
dopo che ho sentito un odore, quanto tempo impiega a diventare sfondo?
A volte ci accorgiamo subito che il vicino sta friggendo.
E mezz’ora dopo il vicino sta ancora friggendo dentro il nostro naso.
Intanto continuiamo a sentirlo, continuiamo a dedicarci attenzione e, per alcune persone possono comparire anche nausea, malessere o mal di testa, soprattutto in chi è predisposto all’emicrania. Un odore che rimane in primo piano abbastanza a lungo può quindi diventare qualcosa con cui dobbiamo continuare a fare i conti mentre cerchiamo di lavorare, mangiare, riposare o semplicemente fare altro.
Quando l’odore prende il primo piano

Sentire un odore significa anche attribuirgli, in gran parte automaticamente, uno spazio tra tutte le altre informazioni presenti nell’ambiente.
Alcuni odori catturano immediatamente l’attenzione perché sono nuovi, insoliti o potenzialmente importanti. Possiamo interrompere quello che stiamo facendo e iniziare a cercarne la fonte prima ancora di avere identificato che cosa stiamo sentendo.
Altre volte l’odore rimane presente ma scivola sullo sfondo. Continuiamo a percepirlo, mentre l’attenzione può occuparsi della conversazione, del lavoro, del cibo che stiamo preparando o di qualsiasi altra cosa stessimo facendo.
Nell’esperienza di molte persone autistiche, invece, alcuni odori possono diventare molto difficili da ignorare. Continuano a richiamare l’attenzione, anche mentre stiamo cercando di occuparci di altro.
E questo ci riporta a una distinzione importante: un odore non deve necessariamente essere fortissimo per occupare moltissimo spazio. Possiamo averlo rilevato alla stessa concentrazione degli altri e non valutarlo nemmeno come particolarmente intenso. Eppure continua a essere lì, in primo piano, mentre cerchiamo di leggere, parlare, mangiare, dormire o pensare.
È una di quelle esperienze che sembrano contraddittorie soltanto finché mettiamo tutto sotto l’etichetta sensibilità agli odori:
«Non è fortissimo. Ma non riesco a smettere di sentirlo.»
L’odore delle persone

Anche le persone hanno un odore. E per alcune persone autistiche questo può diventare un elemento molto importante nella vicinanza fisica.
Possiamo voler bene a qualcuno, desiderare di stargli vicino e contemporaneamente trovare il suo odore corporeo molto sgradevole. A quel punto un abbraccio, dormire nello stesso letto, appoggiare la testa sulla sua spalla o semplicemente rimanergli molto vicino possono diventare sensorialmente difficili.
Il rapporto affettivo e la risposta olfattiva possono raccontare due cose completamente diverse.
Possiamo amare una persona e trovare il suo odore repulsivo. Possiamo anche riconoscere persone familiari attraverso il loro odore o accorgerci di somiglianze tra gli odori corporei di membri della stessa famiglia. L’odore corporeo individuale dipende infatti da molti fattori biologici e ambientali e può contenere caratteristiche relativamente stabili.
Questa distinzione diventa importante quando osserviamo il comportamento. Una persona può evitare gli abbracci, tenere una certa distanza, girare il viso o faticare nella vicinanza fisica con qualcuno a cui vuole molto bene. Letti soltanto sul piano relazionale, questi comportamenti possono sembrare rifiuto, freddezza o mancanza di affetto.
A volte la relazione va benissimo. È il naso che protesta.
L’olfatto come sistema di informazione

Un odore può essere piacevole, disgustoso, invadente o quasi impercettibile. Ma è anche un’informazione.
Attraverso l’olfatto raccogliamo indizi su ciò che ci circonda. Possiamo accorgerci che qualcosa sta bruciando, che un alimento è cambiato, che una stanza è umida o che nell’ambiente è comparso qualcosa che prima non c’era.
Odori, pericolo e sicurezza
Fumo, bruciato, deterioramento degli alimenti e alcune sostanze chimiche possono spingerci a controllare l’ambiente, allontanarci o evitare qualcosa.
Il naso, però, è un raccoglitore di indizi, non un rilevatore di sicurezza. Esistono sostanze pericolose prive di odore, mentre qualcosa che puzza terribilmente può essere innocuo. Quello che sentiamo va quindi interpretato insieme alle altre informazioni disponibili. Anche per valutare la sicurezza di un alimento, quindi, l’odore è un indizio e non una garanzia.
Resta il fatto che accorgersi di un cambiamento può essere molto utile. Può farci controllare una confezione, cercare che cosa è cambiato nel frigorifero o individuare la fonte di un odore di bruciato.
La stessa attenzione agli odori che in altri momenti richiede energia può quindi diventare anche una risorsa.
Il naso a tavola
Con il cibo questa funzione diventa particolarmente evidente. Prima ancora di assaggiare possiamo raccogliere informazioni sulla maturazione, sulla cottura, sugli aromi presenti e soprattutto su eventuali differenze rispetto a ciò che ci aspettiamo.
Nell’autismo le caratteristiche sensoriali del cibo, compresi odore e gusto, possono contribuire alla selettività alimentare. Nell’esperienza quotidiana alcune persone descrivono come immediatamente riconoscibili differenze tra marche, confezioni o preparazioni che per altri risultano trascurabili.
Nel gruppo di adulti autistici con cui lavoro attualmente, per esempio, due persone su sette riferiscono di riuscire a capire dall’odore se nell’acqua messa sul fuoco è già stato aggiunto il sale. È un’osservazione aneddotica e non possiamo sapere quale indizio sensoriale stiano utilizzando: il cloruro di sodio, nelle normali condizioni d’uso, non possiede un odore apprezzabile. Quello che interessa qui è che entrambe descrivano come riconoscibile attraverso l’olfatto una differenza che per altre persone passa completamente inosservata.
Io ho un’esperienza diversa. In molti alimenti riconosco immediatamente un odore che associo alla presenza di conservanti. Per me è fortemente sgradevole e può bastare a farmi evitare quell’alimento prima ancora di assaggiarlo. Non so quale sostanza o combinazione di sostanze io stia effettivamente riconoscendo, quindi sarebbe improprio dire che “sento i conservanti”. So però che percepisco una caratteristica olfattiva ricorrente, la riconosco e mi disgusta.
Questi esempi non dimostrano che le persone autistiche possiedano un olfatto più fine. Mostrano qualcosa di più interessante: le differenze sensoriali che diventano significative per una persona possono trovarsi in dettagli che dall’esterno nemmeno sappiamo di dover cercare.
Un alimento apparentemente identico può essere sensorialmente molto diverso.
E qualche volta il naso se ne accorge prima della bocca.
Odori, memoria ed emozioni
Gli odori possono diventare potenti indizi autobiografici. Un profumo può riportarci in una casa in cui non entriamo da trent’anni, un detergente ricordarci una scuola o un ospedale, un cibo far comparire una persona o una scena che sembravano dimenticate.
Le vie olfattive sono strettamente connesse con sistemi cerebrali coinvolti nella memoria e nelle emozioni. Questo contribuisce alla capacità degli odori di diventare associati a persone, luoghi ed esperienze.
Nel corso della vita impariamo che un determinato odore appartiene a casa, a qualcuno che conosciamo, a qualcosa che ci piace, a un’esperienza spiacevole oppure a una situazione che richiede attenzione. L’odore diventa anche contesto.
Possiamo quindi cercare un odore familiare perché ci rassicura, annusare un oggetto appartenente a qualcuno a cui siamo legati o ritrovare immediatamente la sensazione di casa attraverso un odore. Allo stesso modo, un odore associato a un’esperienza spiacevole può attirare rapidamente l’attenzione e suscitare una risposta emotiva, qualche volta prima che abbiamo ricostruito consapevolmente il ricordo.
Possiamo allora aggiungere un’altra domanda alla nostra mappa:
questo odore mi pesa per quello che sento adesso oppure anche per quello che significa per me?
L’odore del corpo è un’informazione

Fra gli odori che percepiamo ci sono anche quelli prodotti dai corpi, compreso il nostro. L’odore corporeo dipende da molti fattori, tra cui secrezioni della pelle, microrganismi, alimentazione, farmaci, ambiente e stato fisiologico. Anche alcuni cambiamenti fisiologici associati agli stati emotivi possono modificarne le caratteristiche.
La ricerca sui chemosignals umani studia se gli odori corporei possano trasportare informazioni sullo stato di un’altra persona. In diversi esperimenti, soprattutto su paura e stress, il sudore raccolto in differenti condizioni emotive ha prodotto alcune variazioni nelle risposte percettive, fisiologiche o comportamentali di chi successivamente lo annusava. Esistono studi anche sugli stati emotivi positivi, ma siamo ancora molto lontani dal poter dire che il naso sappia semplicemente “leggere le emozioni”.
C’è poi una possibilità diversa, sulla quale la ricerca è ancora molto scarsa: usare il proprio odore come informazione su di sé.
Nella mia esperienza personale, tra alessitimia e difficoltà a ricavare informazioni utilizzabili dai segnali interni del corpo, l’olfatto è stato uno dei primi strumenti che ho utilizzato per cercare di riconoscere i miei stati emotivi. Quello che faticavo a leggere dall’interno potevo, almeno in parte, annusarlo.
Con il tempo ho imparato a riconoscere alcune differenze nel mio odore che associavo a stress, rabbia, tristezza, depressione o allegria.
Questo non significa che esista un “odore della rabbia” o della tristezza valido per tutti. È una regolarità che ho imparato a riconoscere nel mio corpo.
Per me, quell’odore è diventato un dato su me stessa.
Se il corpo era difficile da leggere dall’interno, potevo raccogliere un indizio dall’esterno.
Quando l’olfatto richiede più energia

Sentire un odore occupa una parte dell’elaborazione sensoriale. Quando quell’odore rimane molto presente, continua a richiamare l’attenzione o provoca una risposta corporea intensa, fare contemporaneamente tutto il resto può richiedere più energia.
Questo diventa particolarmente evidente negli ambienti in cui gli odori sono numerosi, persistenti o difficili da controllare: mezzi pubblici, supermercati, ristoranti, mense, bagni, spogliatoi, ambulatori, case altrui. Profumi, detergenti, cibo, sudore, fumo, prodotti per la pulizia e odori corporei possono arrivare insieme e mescolarsi.
Anche in casa l’esposizione può essere continua. La pattumiera, la lettiera del gatto, il cibo degli animali, un cane bagnato, qualcosa cucinato ore prima, il bagno appena pulito, il bucato profumato, il frigorifero aperto. Fanno parte della vita quotidiana, ma il loro costo cambia molto quando continuano a occupare il primo piano.
A volte possiamo eliminare la fonte. Altre volte dobbiamo continuare a funzionare mentre l’odore è ancora lì.
Preparare da mangiare mentre qualcosa nel frigorifero ci disturba. Parlare con una persona mentre il suo profumo continua a richiamare la nostra attenzione. Dormire in una stanza in cui sentiamo un odore che per gli altri è già diventato sfondo. Raccogliere gli escrementi del cane mentre il corpo risponde con nausea o conati.
E poi c’è tutto il lavoro intorno: individuare da dove arriva l’odore, controllare il cibo, svuotare un contenitore, aprire le finestre, cambiare stanza, lavarsi le mani, cambiarsi i vestiti. A volte dobbiamo anche stabilire se quello che stiamo sentendo sia semplicemente molto presente oppure un’informazione che richiede un intervento.
Tutto questo consuma risorse.
Ed è qui che il comportamento osservabile può ingannare. Possiamo prendere l’autobus, cucinare, usare un bagno pubblico, occuparci della spazzatura o restare accanto a una persona che indossa un profumo che troviamo insopportabile. Alla fine, dall’esterno, abbiamo fatto la cosa.
Ma essere riusciti a farla non racconta quanta energia sia servita, quali strategie abbiamo utilizzato per riuscirci e quanto tempo ci servirà per recuperare.
Anche il costo cambia da un momento all’altro. Un odore gestibile in una giornata tranquilla può occupare molto più spazio quando siamo già stanchi, sovraccarichi, affamati o impegnati a elaborare molti altri stimoli.
Per questo, quando cerchiamo di capire il nostro rapporto con gli odori, alla domanda «riesco a sopportarlo?» possiamo aggiungerne un’altra:
quanto mi costa sopportarlo mentre continuo a fare tutto il resto?
La tollerabilità di un odore comprende anche quanta energia serve per continuare a vivere mentre lo sentiamo.
Come faccio a capire che qualche odore mi sta pesando?
A volte è evidente.

«Questa puzza mi sta facendo impazzire.»
Altre volte continuiamo a lavorare, parlare, cucinare o stare in una stanza e ci accorgiamo soltanto più tardi che una parte della fatica arrivava anche da lì.
Il corpo può essere il primo a segnalarcelo: nausea, conati, mal di testa, tensione, respiro trattenuto o più superficiale, bisogno di girare la testa o portare una mano davanti al naso. Possiamo iniziare ad aprire finestre, spostarci, cercare aria o annusare i vestiti prima ancora di avere formulato chiaramente il motivo.
Oppure cambia quello che riusciamo a fare. Diventa più difficile concentrarsi, seguire una conversazione, mangiare o prendere una decisione. Aumentano irritabilità e bisogno di andarsene. Un ambiente che poco prima riuscivamo a gestire comincia a richiedere molta più energia.
A volte iniziamo a cercare la fonte.
Da dove viene?
È la pattumiera? Il frigorifero? Il cane? Le scarpe? Il lavandino? Qualcuno ha usato un detergente? Sono io?
Cercare ha senso: l’olfatto ci segnala cambiamenti nell’ambiente e alcuni meritano davvero di essere controllati. Quando però la fonte rimane difficile da localizzare, possiamo continuare a inseguirla con il naso e con l’attenzione, spendendo altre risorse.
Una piccola prova ambientale può darci informazioni utili:
che cosa succede se mi allontano?
Possiamo uscire dalla stanza, andare all’aperto, aprire una finestra o eliminare la fonte quando è possibile e osservare che cosa cambia. Se nausea, irritazione, tensione o confusione diminuiscono, abbiamo un indizio in più. Anche rientrare nell’ambiente può essere informativo: dopo qualche minuto lontano dalla fonte, un odore che era scivolato sullo sfondo può tornare improvvisamente evidente.
E per chi tende ad accorgersi del sovraccarico quando è già molto alto può essere utile chiedersi ogni tanto:
«C’è qualche odore che sto sopportando da un po’?»
Possiamo considerarlo rilevante già mentre è ancora tollerabile. Un odore può consumare energia molto prima di diventare insopportabile.
Accorgersene prima ci permette di intervenire quando abbiamo ancora margine.
E se devo capirlo in un’altra persona?

Quando osserviamo un’altra persona possiamo vedere che cosa fa in presenza di un odore, ma non possiamo sapere dall’esterno quanto quell’odore sia intenso, sgradevole o difficile da ignorare per lei.
Alcuni segnali possono essere piuttosto chiari: coprirsi il naso, girare la testa, allontanarsi, rifiutare un alimento appena viene avvicinato, aprire una finestra, avere conati o chiedere che qualcosa venga portato via.
Altri sono meno immediatamente riconoscibili. La persona può diventare irrequieta, irritabile, perdere concentrazione, smettere di mangiare, cercare ripetutamente di uscire da una stanza oppure iniziare a esplorare l’ambiente alla ricerca della fonte di qualcosa che noi percepiamo appena.
Il contesto può aiutarci a formulare un’ipotesi.
Che cosa è successo subito prima?
È entrata una persona con un profumo? È stato aperto un contenitore? Qualcuno ha iniziato a cucinare? Abbiamo utilizzato un prodotto per la pulizia? È arrivato un piatto? Siamo entrati in un bagno, in macchina, in un negozio?
Possiamo osservare anche la sequenza. Compare un odore e il comportamento cambia; ci allontaniamo dalla possibile fonte e la persona recupera; torniamo nell’ambiente e il disagio ricompare. È un indizio, non ancora una spiegazione.
Quando è possibile, possiamo verificarlo con la persona: «C’è un odore che ti dà fastidio?», «È troppo forte?», «Vuoi uscire?», «Preferisci che lo tolga?». Se il linguaggio verbale in quel momento è difficile o poco accessibile, possiamo utilizzare immagini, gesti, simboli, CAA, indicare la possibile fonte oppure proporre alternative concrete: restare o uscire, finestra aperta o chiusa, questo prodotto o quello senza profumo.
Possiamo anche modificare l’ambiente e osservare che cosa cambia: togliere il piatto, aprire la finestra, spostare la pattumiera, interrompere l’uso del prodotto profumato, uscire dalla stanza. Anche la risposta a queste modifiche aggiunge informazioni.
Questo diventa particolarmente importante quando un comportamento viene letto come rifiuto, opposizione o problema da correggere. «Non vuole entrare in bagno» descrive ciò che vediamo. Dentro quel bagno potrebbero esserci candeggina, deodorante, scarichi, sapone, umidità o una combinazione di odori che per noi rimane sullo sfondo.
Il comportamento ci mostra dove cercare. La persona, quando dispone di un modo accessibile per comunicarlo, può aiutarci a capire che cosa sta sentendo.
Strategie: costruire il proprio repertorio

Le strategie olfattive funzionano quando partono da quello che succede davvero quando incontriamo un odore. Possiamo ridurre lo stimolo, allontanare la fonte, aumentare la distanza, renderne più prevedibile la presenza, abbreviare l’esposizione, delegare alcune attività oppure costruire modi personali per attraversare quelle inevitabili.
L’obiettivo è costruire un repertorio: provare, osservare che cosa cambia e conservare ciò che funziona.
- Prodotti per il corpo e per la casa: scegliere detergenti, saponi, shampoo, creme e detersivi anche in base all’odore che lasciano durante e dopo l’uso. Possiamo preferire prodotti senza profumazione oppure trovare una profumazione specifica che funziona e mantenerla. Anche comprare sempre lo stesso prodotto riduce le sorprese.
- Aria e ventilazione: aprire le finestre, utilizzare cappa e aspiratori, ventilare una stanza prima di entrarci o lasciare passare un po’ di tempo dopo aver cucinato, pulito o utilizzato prodotti dall’odore intenso. Ridurre la concentrazione nell’aria modifica direttamente una parte dell’esperienza.
- Distanza: scegliere dove sedersi a tavola, in macchina, sui mezzi o in una stanza; allontanarsi temporaneamente mentre qualcuno cucina o utilizza un prodotto; tenere pattumiere, lettiere, scarpe e altri oggetti odorosi lontani dagli spazi in cui trascorriamo più tempo. Anche pochi metri possono fare differenza.
- Rifiuti e animali: usare contenitori ben chiusi, portare fuori più frequentemente alcuni rifiuti, gestire lettiere e cucce con una frequenza compatibile con il proprio olfatto, conservare separatamente cibo e accessori particolarmente odorosi. Possiamo preparare prima tutto ciò che serve per ridurre il tempo di esposizione oppure, quando è possibile, dividere o delegare i compiti più difficili. Alcune persone costruiscono strategie molto personali: io, per esempio, porto fuori la spazzatura a digiuno perché gli odori possono provocarmi conati o vomito. È la mia soluzione, non una prescrizione: il punto è che anche strategie decisamente poco glamour possono rendere possibile un’attività necessaria.
- Cucina e alimenti: usare coperchi e cappa, chiudere le porte delle altre stanze, conservare alcuni cibi in contenitori ermetici, separare gli alimenti il cui odore tende a trasferirsi agli altri. Quando un alimento ha un odore diverso dal solito, possiamo integrare quell’informazione con data, modalità di conservazione, aspetto e altre indicazioni utili.
- Evitare di coprire un odore con un altro: profumatori, spray, incensi e deodoranti aggiungono altri odori all’ambiente. Quando la sovrapposizione aumenta il carico, possiamo intervenire sulla fonte e sul ricambio d’aria. Pattumiera + vaniglia tropicale rimane pur sempre pattumiera + vaniglia tropicale.
- Esposizioni brevi e inevitabili: aumentare la distanza, ventilare l’ambiente e ridurre il tempo di permanenza può rendere più gestibili operazioni come svuotare la pattumiera, raccogliere gli escrementi di un animale, pulire il frigorifero o utilizzare un bagno particolarmente odoroso. Una comune mascherina può modificare l’esperienza di alcuni odori, ma non è progettata per filtrare i gas e i vapori responsabili di molti odori.
- Odori sulle mani, sulla pelle e sui vestiti: lavare o cambiare rapidamente ciò che continua a portare con sé un odore, usare guanti durante alcune attività, tenere un cambio disponibile oppure separare gli indumenti impregnati. Allontanarsi dalla fonte serve relativamente poco se una parte della fonte è venuta via con noi.
- Mangiare: considerare l’odore come una parte dell’esperienza alimentare insieme a gusto, consistenza e temperatura. Possiamo servire alcuni cibi separatamente, lasciarli raffreddare quando da caldi liberano aromi più intensi, evitare che gli odori si mescolino e scegliere marche o preparazioni più prevedibili.
- Situazioni prevedibili: supermercati, parrucchieri, ospedali, ristoranti, bagni pubblici e mezzi di trasporto hanno spesso paesaggi olfattivi abbastanza riconoscibili. Possiamo scegliere orari meno affollati, percorsi diversi, permanenze più brevi, posti vicini a porte o finestre e prepararci prima all’esposizione.
- Odori piacevoli e ricerca olfattiva: tenere disponibili odori che ci piace cercare può far parte del repertorio sensoriale. Caffè, sapone, legno, libri, tessuti, terra, piante, alimenti o altri odori familiari possono essere esplorati semplicemente perché producono piacere o interesse.
- Ridurre il carico quando comincia a salire: portare fuori la spazzatura, aprire una finestra, cambiare stanza, chiudere un contenitore, lavarsi le mani o allontanare un alimento quando l’odore ha appena iniziato a pesare. Intervenire presto può lasciare disponibili molte più risorse.
- Preparare il recupero: dopo un viaggio, un ristorante, il parrucchiere, una pulizia intensa o un’altra esperienza olfattivamente impegnativa possiamo aver bisogno di aria, ambienti familiari, meno richieste e tempo lontano dagli odori che ci hanno accompagnato. Anche il dopo fa parte della strategia.
Persone e profumi
Possiamo chiedere, quando il contesto lo permette, di evitare profumi intensi, spray o prodotti particolarmente difficili durante incontri prolungati. Quando invece è l’odore corporeo di una persona a risultarci difficile, la faccenda diventa più delicata. Possiamo aumentare la distanza e comunicare semplicemente il nostro bisogno: «Oggi sono molto sensibile agli odori, mi sposto un po’», «Ho bisogno di un po’ più d’aria» oppure «Mi metto qui che sto meglio».
E sono ammesse anche le bugie bianche. «Scusami, sono un po’ raffreddato e preferisco non avvicinarmi troppo» può risolvere brillantemente una situazione nella quale la verità completa sarebbe soltanto dolorosa e perfettamente inutile.
Vale la pena dirlo esplicitamente, soprattutto in un discorso sull’autismo: autenticità non significa necessariamente consegnare agli altri ogni dato vero prodotto dal nostro cervello. Possiamo scegliere che cosa comunicare, a chi, quando e con quale livello di precisione. Anche questa è competenza sociale, e può convivere benissimo con l’essere autentici.
«Puzzi, quindi mi sposto» può essere un’informazione accurata.
Non per questo è un servizio pubblico.
Se invece il rapporto è stretto e la situazione si ripete, può avere senso parlarne con maggiore chiarezza, mantenendo il centro sulla nostra esperienza e sulle possibili soluzioni.
Possiamo proteggere il nostro naso senza demolire l’autostima del proprietario dell’odore.
E poi ci sono tutte le soluzioni che abbiamo inventato spontaneamente negli anni: lo stesso detersivo da sempre, la finestra aperta mentre cuciniamo, il posto preciso a tavola, il contenitore ermetico, il giro largo intorno al reparto profumi, annusare un alimento prima di assaggiarlo, lavarsi immediatamente le mani quando un odore rimane attaccato.
La domanda diventa:
che cosa mi pesa esattamente e quale parte dell’esperienza posso modificare?
Se pesa la concentrazione, cambiamo l’aria. Se pesa la distanza, ci spostiamo. Se pesa la durata, abbreviamo l’esposizione. Se l’odore rimane sulle mani, lavoriamo sulle mani. Se arriva da un prodotto, cambiamo prodotto. Se sono molti odori contemporaneamente, alleggeriamo dove possibile il paesaggio olfattivo. E se un compito rimane enormemente costoso, possiamo anche organizzarlo diversamente o chiedere che se ne occupi qualcun altro.
Una strategia funziona quando rende la vita più praticabile, non quando dimostra quanto siamo bravi a sopportare.
Non serve vincere contro la pattumiera, ma portarla fuori, possibilmente con ancora qualche punto energia nella barra.
La sensorialità ci protegge. E ci nutre.

Abbiamo parlato molto degli odori che pesano: quelli che invadono una stanza, provocano disgusto, rimangono addosso e consumano energia.
Ma l’olfatto può essere anche informazione, interesse e piacere.
Annusiamo il caffè prima di berlo, la terra dopo la pioggia, un libro, il pane, il pelo di un animale, la testa di una persona amata. Possiamo cercare deliberatamente un odore, tornarci più volte, scegliere un prodotto perché profuma proprio in quel modo.
Anche questa è sensorialità.
Nell’autismo la ricerca sensoriale può riguardare anche l’olfatto. Annusare oggetti, alimenti, tessuti, capelli, pelle o animali può essere un modo di esplorare, riconoscere e godere di una caratteristica sensoriale interessante. Prima di considerare un comportamento del genere qualcosa da interrompere, possiamo chiederci:
che cosa sta trovando questa persona in quell’odore?
Lo stesso naso che fugge dalla pattumiera può cercare il pelo del cane. Quello che protesta davanti a un profumo può riconoscere un luogo, accorgersi che qualcosa nel frigorifero è cambiato, ritrovare una persona nell’odore rimasto su un vestito.
La nostra mappa olfattiva contiene ciò che ci respinge, ciò che ci avverte, ciò che riconosciamo e ciò che vogliamo vicino.
Conoscerla ci aiuta a capire che cosa ci costa.
E anche che cosa ci fa stare bene.
Perché la sensorialità ci protegge. E ci nutre.
FAQ
Non necessariamente. La ricerca più recente non descrive l’olfatto autistico come semplicemente più sensibile. Le differenze possono riguardare la soglia a cui un odore viene rilevato, la capacità di distinguerlo o identificarlo, quanto sembra intenso o sgradevole, quanto richiama l’attenzione e quanto facilmente diventa sfondo. Una persona può quindi essere molto disturbata da un odore senza riuscire a rilevarlo a concentrazioni più basse rispetto agli altri.
Perché intensità e fastidio sono due cose diverse. Un odore può essere percepito come moderato ma risultare molto sgradevole, provocare nausea, continuare a richiamare l’attenzione oppure faticare a diventare parte dello sfondo. Anche ciò che quell’odore ricorda o significa per la persona può contribuire alla risposta. Per capire l’esperienza olfattiva, quindi, “quanto è forte?” è soltanto una delle domande possibili.
Perché il profilo sensoriale non funziona come una manopola generale regolata su “troppo” o “troppo poco”. Possiamo avere una forte avversione per alcuni odori e provare grande piacere per altri. Cercare deliberatamente un odore, annusare ripetutamente un oggetto, un alimento, un tessuto o il pelo di un animale può essere una forma di esplorazione e ricerca sensoriale piacevole. Evitamento e ricerca possono tranquillamente convivere nella stessa persona.
Sì. L’esperienza di un alimento comprende anche il suo odore, insieme a gusto, consistenza, temperatura e altre caratteristiche sensoriali. Per alcune persone autistiche una differenza di odore tra marche, confezioni o preparazioni può rendere due alimenti apparentemente identici molto diversi. Allo stesso tempo, l’odore può fornire informazioni utili su un alimento, ma non permette da solo di stabilire se sia sicuro da mangiare.
No. Durante un’esposizione continua la percezione di un odore può progressivamente diminuire attraverso processi di adattamento e abituazione, ma quanto questo avvenga varia in base all’odore, all’esposizione e alla persona. Alcune persone autistiche descrivono odori che continuano a rimanere molto presenti e difficili da ignorare. Esiste anche un piccolo studio sperimentale compatibile con questa esperienza, ma i dati sono ancora troppo limitati per considerarla una caratteristica generale dell’autismo.
Fonti e riferimenti scientifici
Cullen, I., Dal Bò, E., Maddox, P., Sophocles, T., McShea, K., Brodkin, E. S., & Parma, V. (2026). Olfactory Function in Autism Spectrum Disorder Across the Lifespan: A Systematic Review and Meta-Analysis. Autism, 30(9), 2225–2247. DOI: 10.1177/13623613261462975.
Revisione sistematica e meta-analisi più recente sull’olfatto nell’autismo, comprendente 46 studi, 87 misure di effetto, 1.580 partecipanti autistici e 7.698 non autistici. Le differenze emergevano soprattutto nei test psicofisici e nelle valutazioni effettuate da altre persone, ma non nelle autovalutazioni o nei giudizi soggettivi sugli odori. Nei test psicofisici risultavano differenze sia nell’identificazione sia nella soglia olfattiva, particolarmente evidenti nei bambini. Mostra l’importanza di distinguere quale componente dell’olfatto viene misurata e con quale metodo. Sage Journals
Crow, A. J. D., Janssen, J. M., Vickers, K. L., Parish-Morris, J., Moberg, P. J., & Roalf, D. R. (2020). Olfactory Dysfunction in Neurodevelopmental Disorders: A Meta-Analytic Review of Autism Spectrum Disorders, Attention Deficit/Hyperactivity Disorder and Obsessive-Compulsive Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, 50(8), 2685–2697. DOI: 10.1007/s10803-020-04376-9.
Meta-analisi sulle funzioni olfattive in diverse condizioni del neurosviluppo. Per l’autismo, la differenza più consistente riguardava l’identificazione degli odori, mentre per soglia, discriminazione, intensità percepita e valutazione edonica il quadro risultava meno netto. È particolarmente utile per distinguere dimensioni dell’esperienza olfattiva che spesso vengono riunite sotto la generica idea di “sensibilità agli odori”. PubMed
Larsson, M., Tirado, C., & Wiens, S. (2017). A Meta-Analysis of Odor Thresholds and Odor Identification in Autism Spectrum Disorders. Frontiers in Psychology, 8, 679. DOI: 10.3389/fpsyg.2017.00679.
Meta-analisi dedicata specificamente alla soglia olfattiva e all’identificazione degli odori nell’autismo. Gli studi disponibili mostravano una notevole variabilità dei risultati e non sostenevano una semplice interpretazione dell’olfatto autistico come universalmente più o meno sensibile. È utile anche per leggere l’evoluzione della ricerca rispetto alle meta-analisi successive. Frontiers
Boudjarane, M. A., Grandgeorge, M., Marianowski, R., Misery, L., & Lemonnier, É. (2017). Perception of odors and tastes in autism spectrum disorders: A systematic review of assessments. Autism Research, 10(6), 1045–1057. DOI: 10.1002/aur.1760.
Revisione sistematica degli studi psicofisici sull’olfatto e sul gusto nell’autismo. Mostra l’eterogeneità dei risultati ottenuti attraverso soglia, identificazione e altre caratteristiche della percezione olfattiva e sottolinea quanto il risultato dipenda dalla funzione esaminata e dal metodo utilizzato per misurarla. PubMed
Wicker, B., Monfardini, E., & Royet, J.-P. (2016). Olfactory processing in adults with autism spectrum disorders. Molecular Autism, 7, 4. DOI: 10.1186/s13229-016-0070-3.
Studio su 15 adulti autistici e 15 partecipanti non autistici che esamina diversi livelli dell’elaborazione olfattiva: discriminazione soprasoglia, intensità, piacevolezza e identificazione. Il gruppo autistico mostrava differenze in più dimensioni e, nei compiti di identificazione, produceva più risposte semanticamente vicine a quella corretta. È particolarmente utile per mostrare che percepire un odore, valutarlo e identificarlo costituiscono processi distinti. Springer Nature
Koehler, L., Fournel, A., Albertowski, K., Roessner, V., Gerber, J., Hummel, C., Hummel, T., & Bensafi, M. (2018). Impaired Odor Perception in Autism Spectrum Disorder Is Associated with Decreased Activity in Olfactory Cortex. Chemical Senses, 43(8), 627–634. DOI: 10.1093/chemse/bjy051.
Studio su 18 adulti autistici e 18 controlli che associa prestazioni inferiori nei test di soglia e identificazione a una minore attivazione della corteccia piriforme durante l’elaborazione olfattiva. Il campione ridotto non permette di trasformare questa associazione in una spiegazione generale delle differenze olfattive nell’autismo, ma offre un primo dato sul possibile coinvolgimento dei processi neurali olfattivi. PubMed
Kumazaki, H., Muramatsu, T., Miyao, M., Okada, K.-I., Mimura, M., & Kikuchi, M. (2019). Brief Report: Olfactory Adaptation in Children with Autism Spectrum Disorders. Journal of Autism and Developmental Disorders, 49(8), 3462–3469. DOI: 10.1007/s10803-019-04053-6.
Piccolo studio sperimentale sull’adattamento olfattivo in 9 bambini autistici e 9 bambini a sviluppo tipico. Durante l’esposizione ripetuta all’odore il gruppo non autistico mostrava un adattamento maggiore. Il campione è molto piccolo e il risultato richiede quindi particolare cautela, ma costituisce un primo dato sperimentale compatibile con l’esperienza, riferita da alcune persone autistiche, di odori che faticano a diventare sfondo. PubMed
Pellegrino, R., Sinding, C., de Wijk, R. A., & Hummel, T. (2017). Habituation and adaptation to odors in humans. Physiology & Behavior, 177, 13–19. DOI: 10.1016/j.physbeh.2017.04.006.
Revisione dei processi di adattamento e abituazione olfattiva nell’essere umano. Descrive la progressiva diminuzione della risposta percettiva durante l’esposizione ripetuta o prolungata a un odore e distingue i cambiamenti della percezione dai processi neurali periferici e centrali coinvolti. Fornisce la cornice generale per comprendere perché un odore inizialmente evidente possa progressivamente diventare parte dello sfondo. PubMed
Viana, F. (2011). Chemosensory Properties of the Trigeminal System. ACS Chemical Neuroscience, 2(1), 38–50. DOI: 10.1021/cn100102c.
Revisione sulla chemestesi e sul ruolo del sistema trigeminale nella percezione delle sostanze chimiche. Spiega perché alcune esperienze comunemente attribuite all’“odore”, come il bruciore prodotto da sostanze irritanti o la sensazione di fresco del mentolo, comprendano anche l’attivazione di recettori coinvolti nella sensibilità chimica, termica e dolorifica. PubMed Central (PMC)
Larsson, M., & Willander, J. (2009). Autobiographical odor memory. Annals of the New York Academy of Sciences, 1170, 318–323. DOI: 10.1111/j.1749-6632.2009.03934.x.
Revisione sulla memoria autobiografica evocata dagli odori. Esamina le caratteristiche dei ricordi richiamati da stimoli olfattivi, la loro distribuzione nel corso della vita e il rapporto tra elaborazione olfattiva, memoria autobiografica ed elaborazione semantica. Sostiene la parte dell’articolo dedicata alla capacità degli odori di diventare indizi per persone, luoghi ed esperienze del passato. PubMed
Ferdenzi, C., Schaal, B., & Roberts, S. C. (2010). Family scents: Developmental changes in the perception of kin body odor? Journal of Chemical Ecology, 36(8), 847–854. DOI: 10.1007/s10886-010-9827-x.
Studio sulla percezione degli odori corporei all’interno delle famiglie e sulla capacità di riconoscere attraverso l’olfatto l’odore di persone familiari. I risultati mostrano che l’odore corporeo può contenere informazioni utilizzabili nel riconoscimento dei familiari, pur con differenze legate all’età e alla relazione. Offre un riferimento alla parte dell’articolo dedicata all’odore delle persone senza trasformare il riconoscimento olfattivo dei familiari in una capacità universale. PubMed
Calvi, E., Quassolo, U., Massaia, M., Scandurra, A., D’Aniello, B., & D’Amelio, P. (2020). The scent of emotions: A systematic review of human intra- and interspecific chemical communication of emotions. Brain and Behavior, 10(5), e01585. DOI: 10.1002/brb3.1585.
Revisione sistematica sulla comunicazione chimica degli stati emotivi attraverso gli odori corporei. Gli studi esaminati suggeriscono che cambiamenti associati ad alcuni stati emotivi possano essere presenti nei segnali chimici corporei e influenzare alcune risposte di chi li percepisce. La letteratura non permette però di parlare semplicemente di un naso capace di “leggere le emozioni”, distinzione importante per la parte dell’articolo dedicata ai chemosignals. PubMed
Riccio, M. P., Marino, M., Garotti, R., Tassiello, A., Maffettone, V., Pezone, M., & Bravaccio, C. (2025). Food selectivity in Autism Spectrum Disorder: implications of eating, sensory and behavioural profile. Frontiers in Psychiatry, 16, 1587454. DOI: 10.3389/fpsyt.2025.1587454.
Studio su 52 persone autistiche che esamina il rapporto tra selettività alimentare, caratteristiche sensoriali e profilo comportamentale. Sono emerse associazioni tra selettività alimentare e caratteristiche del profilo sensoriale, comprese quelle relative a gusto e olfatto. Sostiene la parte dell’articolo in cui odore e gusto vengono considerati tra i fattori che possono contribuire alla selettività alimentare nell’autismo. Frontiers
✍️ Nota dell’autrice
Questo articolo nasce dall’incontro tra ricerca scientifica, esperienza clinica e testimonianze di persone autistiche. Quando la letteratura propone più spiegazioni per uno stesso fenomeno, vengono presentate come ipotesi complementari, rispettando la complessità dell’autismo e l’attuale stato delle conoscenze.
Questo articolo fa parte del progetto Manuale Punk per Autistici: una raccolta di articoli, strumenti pratici e riflessioni dedicati alle persone autistiche che vogliono comprendersi meglio, proteggere le proprie energie e costruire una vita compatibile con il proprio funzionamento.




