Verso un approccio “neurodiversity-affirmative” in educazione: come fare e perché?

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di Dinah Aitken e Sue Fletcher-Watson

traduzione e adattamento italiano a cura di Marco Cadavero

Introduzione


Pensate a un bambino a scuola che sta sperimentando un sovraccarico sensoriale – forse una luce fluorescente troppo intensa, o la campanella della scuola, o un maglione di lana che pizzica. È come scuotere una bottiglia di Coca‑Cola. Poi l’orario cambia inaspettatamente e il bambino si sente ansioso e alla deriva – un altro scossone della bottiglia. Il bambino desidera stare da solo ma viene messo in coppia in un’attività e deve mascherare come si sente – la bottiglia viene agitata di nuovo. Quando il bambino arriva a casa, la bottiglia esplode e il tappo salta via.

I genitori che affrontano questa esperienza riferiscono le loro preoccupazioni alla scuola, ma ricevono solitamente sempre la stessa risposta  – «qui non vediamo quel comportamento». Se la comprensione della scuola fosse plasmata dal paradigma della neurodiversità, potrebbe ascoltare il genitore in modo diverso e iniziare a pensare a quali adattamenti in classe si potrebbero fare per alleviare il bambino dal peso del dover costantemente compensare le sue caratteristiche. Questo peso può spiegare i tassi più elevati di difficoltà di salute mentale riscontrati nei giovani neurodivergenti a scuola (Ford et al., 2021). Nel frattempo, coloro che non «se la cavano» in questo modo – cioè sopprimendo e mascherando le proprie esperienze – possono diventare oggetto di bullismo da parte dei pari (Fink et al., 2015) e di esclusione da parte del personale scolastico (Aitken & Wang, 2021).

Nonostante sia assolutamente centrale per la realizzazione effettiva dell’inclusione nelle scuole, il termine neurodiversità è ampiamente frainteso e sovente applicato in modo scorretto. Per esempio, molti usano la parola «neurodiversità» come sinonimo di bisogni di supporto aggiuntivi (o equivalenti), quando in realtà la neurodiversità è un concetto che include tutti in una scuola. In effetti, una delle qualità più potenti della neurodiversità è questa inclusività e la resilienza agli effetti di estraneazione di una terminologia che troppo spesso separa e divide, come «bisogni (educativi) speciali».

Uno dei rischi maggiori, in un momento in cui la neurodiversità sta diventando sempre più parte del dibattito sull’educazione (e anche sull’occupazione), è che sia semplicemente percepita come l’ultima frontiera del linguaggio rispettoso o inclusivo: un altro fardello di cui i docenti e il personale educativo, già di per se oberato di lavoro, devono farsi carico. Possiamo cambiare la narrazione affinché le scuole vedano i benefici positivi e pratici dell’abbracciare la neurodiversità, non solo per gli studenti neurodivergenti ma per l’intera comunità scolastica? Cosa significa veramente coltivare, accettare e sostenere la neurodiversità all’interno di una scuola?

CHE Cos’è la neurodiversità?

Prima di iniziare, vale la pena definire alcuni termini. Neurodiversità è una verità scientifica di base: le persone variano nel modo in cui i loro cervelli ricevono, elaborano e rispondono alle informazioni. Questa diversità nell’elaborazione delle informazioni dà origine a una varietà di esperienze nel mondo (vedi Chapman, 2020). La presenza della neurodiversità nella specie umana spiega perché non siamo tutti uguali e genera i tipi di variazione che spesso vengono etichettati con una diagnosi – la neurodiversità genera autismo, ADHD, disturbi primari del linguaggio, sindrome di Down, dislessia, disprassia, sindrome dell’X fragile e sindrome di Tourette.

Usando la terminologia della neurodiversità, possiamo descrivere il gruppo numericamente più grande di persone come neurotipico. Essi tendono ad avere successo con relativa facilità nel nostro sistema educativo, e anche al di là di esso, semplicemente perché sono la maggioranza. Questi sistemi educativi sono spesso stati costruiti da persone come loro, per persone come loro. Le persone neurodivergenti (chiamate anche neuroatipiche o neurominoranze) possono invece avere difficoltà in questi sistemi a causa della discrepanza tra il modo in cui i loro cervelli elaborano le informazioni e il modo in cui il sistema implicitamente si aspetta che loro funzionino.

L’errore più comune quando si scrive o si parla di neurodiversità è descrivere un individuo come neurodiverso. Ciò non è solo grammaticalmente (e concettualmente, N.d.R.) scorretto poiché la diversità è una proprietà dei gruppi e non degli individui, ma può anche essere involontariamente discriminatorio. Come scrive Nick Walker (2021): «Descrivere una persona autistica, dislessica o in altra misura neurodivergente come un “individuo neurodiverso” [… ] serve a rafforzare una mentalità abilista nella quale le persone neurotipiche sono viste come intrinsecamente separate dal resto dell’umanità, piuttosto che semplicemente come un’altra parte dello spettro della neurodiversità umana».

Detto ciò, è essenziale riconoscere e adottare le preferenze linguistiche degli individui quando parlano di loro stessi. Mentre in questo articolo ci riferiamo alle persone non neurotipiche come neurodivergenti, molti individui potrebbero descriversi come neurodiversi, o usando tutt’altra terminologia; queste preferenze dovrebbero sempre avere la precedenza quando ci si riferisce a una persona specifica.

Il paradigma e il movimento della neurodiversità

Al di là di questi concetti di base, la neurodiversità ha forti implicazioni socio‑politiche per l’educazione. Queste implicazioni sono state descritte originariamente e in gran parte da studiosi autistici ma sono ora sempre più ampiamente accettate. Il paradigma della neurodiversità ha tre componenti principali – tutte conseguenze del fatto di applicare la neurodiversità direttamente alla società.

In primo luogo, la variabilità tra le persone nel modo in cui apprendono è naturale e, anzi, questa variabilità è una forza e una risorsa collettiva per tutto il genere umano. In secondo luogo, non c’è un modo migliore o corretto di essere, e tutti i neurotipi hanno lo stesso identico valore. Nelle parole dello studioso autistico Jim Sinclair: «Concedetemi la dignità di incontrarmi alle mie condizioni – riconoscete che siamo tutti ugualmente alieni l’uno all’altro e che i miei modi di essere non sono semplicemente versioni danneggiate dei vostri». In terzo luogo, la neurodiversità, proprio come altre dimensioni della differenza umana come etnia, genere o sessualità, è un qualcosa che deve essere compreso all’interno del contesto stesso delle dinamiche sociali e interpersonali. In altre parole, le vite delle persone neurodivergenti sono fortemente condizionate dalle reazioni degli altri; dallo stigma, dal pregiudizio, dalla discriminazione e dall’ignoranza. Il movimento della neurodiversità è un termine ombrello che si riferisce a qualsiasi sforzo compiuto per applicare queste idee nelle politiche e nelle pratiche quotidiane, così come il movimento femminista mira ad applicare e realizzare il concetto di uguaglianza di genere.

DIVENTARE “neurodiversity-affirmative”

Come possiamo vedere, la neurodiversità si presenta come un’idea semplice ma impone subito alcuni cambiamenti radicali di pensiero. Che aspetto avrebbe questo concetto applicato a un contesto scolastico?

Un’istruzione di successo e inclusiva deve soddisfare la variabilità naturalmente presente che è parte ineludibile dell’umanità. Un’aspettativa di bisogni variabili e delle risorse necessarie per soddisfarli dovrebbe essere incorporata di default nei nostri sistemi scolastici, piuttosto che considerarla come un extra opzionale. Un esempio piuttosto semplice di tutto ciò è far sì che ogni aula abbia, al suo interno, un armadietto di accessori liberamente accessibili e che siano di supporto nel soddisfare bisogni diversi: cuscini che oscillano per i bambini ipercinetici su cui sedersi e dondolarsi; cuffie antirumore per l’ipersensibilità ai suoni; “stim toy” per favorire la concentrazione; timer per strutturare il tempo dedicato all’apprendimento indipendente. La progettazione universale può anche aiutare a creare un ambiente che sia rispettoso della neurodiversità. Le aule dovrebbero essere dotate di interruttori dimmer (regolatori di intensità luminosa) di serie, e gli schemi e i supporti visualizzati dovrebbero essere esposti a beneficio di tutta la classe, invece di essere distribuiti a singoli alunni che ne hanno bisogno in modo specifico. Posti a sedere flessibili così come la possibilità di stare in piedi o sedersi su un puff o una palla da yoga, sono un altro esempio dell’applicazione della progettazione universale all’ambiente scolastico.

Un considerevole vantaggio aggiuntivo nell’adottare un approccio di progettazione universale ai supporti presenti in classe è che anche gli alunni non diagnosticati possono finalmente beneficiarne. A questo proposito una serie di tecniche e supporti pratici sono suggeriti in Johnson e Rutherford (2019). Per esempio:

  • Le scuole che hanno fornito tablet e laptop a tutta la scuola aiutano quei bambini che hanno difficoltà a scrivere e a fare spelling, senza per questo isolarli.
  • Allentare o abolire le politiche sull’uniforme scolastica sostiene gli alunni con problemi sensoriali che l’uniforme non riescono a tollerarla.
  • Molte scuole non fanno più suonare una campanella tra le lezioni, il che genera nel complesso un’atmosfera più calma per tutti.

Gli sforzi per correggere uno sviluppo atipico verso un percorso più neurotipico, o per incoraggiare i bambini a conformarsi alla massa, non possono essere considerati rispettosi della neurodiversità. Per esempio, molte scuole richiedono a un bambino di firmare un «contratto di comportamento» dopo un periodo di esclusione come precondizione per tornare a scuola. Questo è un approccio inaccettabile per un bambino neurodivergente che non «sta facendo il cattivo» ma semplicemente «è quello che è». Un altro esempio comune nella pratica educativa riguarda l’insegnamento di «abilità sociali» prevalentemente basate su norme neurotipiche a bambini e ragazzi autistici. Come se ciò non fosse già abbastanza, questo approccio è talvolta raccomandato come soluzione quando un bambino o un ragazzo autistico subisce bullismo a scuola. Questo rappresenta una devastante negligenza del dovere di cura verso tale bambino o ragazzo autistico visto che l’attenzione dovrebbe chiaramente essere rivolta a cambiare il comportamento del bullo. Nel distaccarsi da un modello di supporto educativo normativo, è importante comunque tollerare una certa variabilità sia rispetto agli esiti che rispetto ai processi. I bambini non stanno solo seguendo i propri percorsi: stanno anche andando verso destinazioni diverse. Un bambino che ha difficoltà con la calligrafia potrebbe non aver semplicemente bisogno di più tempo per migliorare. Vale invece la pena di dargli la possibilità di diventare davvero bravo a digitare sulla tastiera.

Infine, il paradigma della neurodiversità ci mostra che le esperienze neurodivergenti non possono essere comprese completamente da persone che presentano un altro neurotipo. Dobbiamo dunque mettere al centro le esperienze individuali e promuovere la self‑advocacy (vedi Pellicano & den Houting, 2022). Gli stessi insegnanti e alunni neurodivergenti dovrebbero essere al centro di qualsiasi processo di inclusione a scuola. Ovviamente, ciò non nega il ruolo cruciale che possono comunque svolgere gli esperti e gli “alleati” anche quando sono neurotipici. Soprattutto per i bambini, può essere difficile spiegare quali siano le barriere che stanno sperimentando, per non parlare dell’identificare possibili soluzioni. Professionisti esperti possono sostenere un individuo nell’analizzare i propri bisogni e proporre soluzioni che potrebbero per lui essere efficaci. Inoltre, gran parte dell’esperienza delle persone neurodivergenti consiste nell’ambiente creato dagli atteggiamenti e dalle azioni delle persone neurotipiche che le circondano. L’inclusione a scuola è un affare che riguarda tutti. Per esempio, in uno studio esplorativo sul tema (Friskney et al., 2019), si è rilevato che la capacità delle scuole di offrire un’esperienza di apprendimento positiva agli alunni neurodivergenti era collegata «alla capacità delle scuole di rispondere a una popolazione diversificata in generale». Il programma LEANS – Learning About Neurodiversity at School1 è un modo in cui abbiamo cercato di affrontare gli atteggiamenti e le azioni che plasmano le esperienze degli alunni neurodivergenti.

Miti e rischi

Quando il paradigma della neurodiversità non è ben compreso, può essere applicato in modo scorretto, dando luogo a una serie di possibili esiti negativi. Un mito è che la neurodiversità neghi gli impatti disabilitanti dell’essere neurodivergenti. Si potrebbe sentire dire qualcosa come «la neurodiversità significa che l’autismo è solo una differenza, non un disturbo». Tuttavia, quando sosteniamo che qualcosa è una differenza, può comunque anche essere una disabilità – specialmente all’interno del modello sociale della disabilità che rintraccia la causa della disabilità nell’ambiente o nella mancanza dell’adattamento tra ambiente e persona. Applicare il concetto di neurodiversità in questo modo ci permette di rifiutare contemporaneamente le etichette di «disturbo», pur riconoscendo che quelle differenze possono effettivamente avere effetti invalidanti. In definitiva, la parola differenza dovrebbe indirizzarci ad accettare i bisogni senza giudizio, piuttosto che a negare i bisogni senza supporto.

Strettamente legata a questa cattiva applicazione del concetto di neurodiversità è l’idea che dovremmo celebrare i talenti delle persone neurodivergenti. Ora, non ci sentirete mai opporci all’identificare e valorizzare i punti di forza delle persone. Scoprire in cosa si è bravi e usarlo per sviluppare competenze e autostima è qualcosa di fantastico per un bambino o per un ragazzo, e rappresenta un esito eccellente per un insegnante. La difficoltà sorge quando l’intera idea di neurodiversità viene ridotta a una celebrazione dei talenti fine a sé stessa. Che ne è dei bambini e dei ragazzi che non sentono di avere talenti? E chi decide cosa conta come talento? Allineare perfettamente tutte le tue matite colorate, o non rimanere mai senza energie, sarà davvero celebrato allo stesso modo del prendere il massimo dei voti in matematica?

Invece, il concentrarsi sui punti di forza è più sano, e più allineato alla variabilità naturale che è centrale per la neurodiversità, quando ciò viene fatto a livello di gruppo. La neurodiversità porta sul tavolo una forza collettiva, derivata dalla variabilità delle esperienze, aiutando a guidare innovazione ed empatia, due caratteristiche cardinali dell’evoluzione umana. In classe, un focus sui punti di forza collettivi è evidente quando la classe celebra la propria capacità di andare d’accordo e la disponibiltà dei propri membri ad adattarsi vicendevolmente. Come insegnante, si potrebbe celebrare la varietà di modi in cui gli alunni hanno affrontato un compito di scrittura creativa: «guardate tutte queste poesie sorprendenti, ognuno ha affrontato il compito a modo suo!» piuttosto che selezionare gli «esempi migliori» in base a un insieme di metriche che non tutti saranno in grado di soddisfare.

Se il paradigma della neurodiversità non è ben compreso, c’è il rischio che questa idea trasformativa non solo non raggiunga il suo pieno potenziale, ma che produca un danno attivo. Utilizzare in modo improprio la programmaticità dell’accettazione del movimento della neurodiversità potrebbe significare negare il supporto a coloro che ne hanno bisogno – in modo simile a come insistere su un approccio «colourblind» impedisce azioni anti‑razziste. Un’adozione tokenistica del linguaggio legato alla neurodiversità senza un seguito concreto in termini di idee e di azioni neutralizza il paradigma e impedisce un reale cambiamento.

Vale anche la pena notare che il termine neurodiversità significa cose diverse per persone diverse e non tutti i lettori saranno d’accordo con le formulazioni che abbiamo adottato qui. Per esempio, ci sono stati tentativi di collocare la disabilità intellettiva al di fuori del concetto di neurodiversità. La domanda che crediamo sia necessario porsi in questi casi è: «La mia idea di neurodiversità opera per combattere lo stigma e permettere il successo di tutti?» – se non lo fa, forse la soluzione più semplice è ampliare e aggiornare la propria idea di neurodiversità.

Un approccio davvero “neurodiversity-affirmative”

Quando la neurodiversità viene usata per includere tutti, e per guidare una programmazione radicale di accettazione, i benefici possono essere sostanziali. Uno dei problemi del nostro modello attuale di supporto in classe, che troppo spesso si affida a una diagnosi prima che venga offerto un supporto, è che i bambini e i ragazzi possono rimanere in liste d’attesa cliniche per mesi prima di ricevere finalmente una diagnosi. Se in questo periodo i loro bisogni non vengono soddisfatti, possono verificarsi esiti gravi, ivi compresi esclusione e malessere mentale. La neurodiversità ci ricorda che la variabilità esiste in ogni scuola, in ogni classe. Una scuola neurodiversity‑affirmative fornisce una base di partenza agli insegnanti per analizzare e intervenire sui bisogni apparenti dei bambini e dei ragazzi nella loro classe senza aspettare gli esiti di una validazione esterna (spesso clinica). Tale pratica è veramente centrata sul bambino e sul ragazzo e permette una risposta rapida alle esigenze mutevoli degli alunni, mentre si attendono gli approfondimenti che possono venire da una valutazione clinica.

Un altro beneficio dell’adozione di un approccio neurodiversity‑affirmative è lo spostamento del focus dalla modifica di una persona rispetto a una norma allo sviluppo di quell’individuo alle proprie condizioni. Il potenziale danno al benessere che deriva da approcci focalizzati sulla correzione è chiaro. Nelle peggiori ipotesi, e fin troppo spesso nella nostra esperienza, ciò può portare a crisi di salute mentale, esclusione o abbandono scolastico legato all’ansia. Al contrario, un focus sul combattere lo stigma associato alla neurodivergenza e sul favorire la fioritura di ogni individuo nutre un’autostima positiva. Ciò può solo sostenere l’impegno nell’educazione e massimizzare il potenziale di apprendimento.

La sfida per i docenti e per le scuole

Speriamo di aver delineato il quadro di un modello neurodiversity‑affirmative per l’educazione. Una classe neurodiversa non è un mucchio di problemi da risolvere. Si tratta piuttosto una comunità ricca, piena di potenziale individuale e collettivo.

Tuttavia, sarebbe ingiusto e forse esasperante suggerire che si tratti di un’utopia semplice da realizzare. È facile preoccuparsi che permettere, o meglio incoraggiare, i bambini e i ragazzi a fare self-advocacy e offrire supporto su base di una progettazione universale che prescinda dalla diagnosi clinica possa effettivamente trasformare la classe in un «tana libera tutti». Fondamentalmente però, sappiamo ancora troppo poco su come apparirebbe una classe che realizzasse davvero tutti i princìpi del paradigma della neurodiversità. Quanta parte dei comportamenti problematici con cui gli insegnanti lottano in classe è causata da bambini e ragazzi che cercano di nascondere le proprie difficoltà, o di respingere gli adulti perché non sentono di potersi fidare di loro?

Oltre che per i singoli insegnanti, c’è una sfida qui anche per le scuole. Una scuola è una comunità complessa e, per sua natura, è sistemica. Il paradigma della neurodiversità richiede un cambiamento sistemico e non possiamo continuare a chiedere soltanto agli individui di cambiare sé stessi per adattarsi. Dobbiamo invece incontrare gli individui più vicino a dove si trovano. Questo solleva la questione cruciale del finanziamento. Finché il personale sarà sottopagato e le risorse scarse, sarà sempre impossibile realizzare pienamente la visione di un’educazione neurodiversity‑affirmative per tutti e per ciascuno. Un modo chiave per mantenere la promessa della neurodiversità è mettere in atto una campagna per il cambiamento e l’investimento sistematico.

Se volete saperne di più sulla neurodiversità, su come si applica nelle scuole ma anche nel vostro luogo di lavoro o nella vostra comunità, vi incoraggiamo a dare un’occhiata alla conferenza It Takes All Kinds Of Minds, nota come ITAKOM. Questo grande evento internazionale incentrato sulla neurodiversità si è tenuto a Edimburgo il 13‑14 marzo 2023 e potete consultare i materiali online direttamente sul sito della conferenza2. Troverete un’enorme quantità di contenuti tra cui scegliere, con cinque flussi paralleli, e circa un quarto del programma dedicato specificamente al contesto educativo.

Un percorso ambizioso

Una scuola alfabetizzata alla neurodiversità può creare un ambiente che afferma sia l’esistenza della neurodiversità sia i principi del paradigma della neurodiversità, a beneficio tanto degli alunni che del personale educativo. Il personale scolastico che comprende appieno la neurodiversità può essere potenziato nel rispettare la propria competenza educativa nel riconoscere i bisogni di supporto degli alunni nella propria classe. Le aule neurodiversity‑affirmative saranno caratterizzate da caratteristiche di progettazione universale e flessibilità, con insegnanti che adottano e iterano tutti quei piccoli cambiamenti che hanno il potenziale di avvantaggiare tutti. Quegli stessi insegnanti troveranno modi per concentrarsi sui contributi complementari forniti dalla variabilità di persone presenti nella classe ed effettuare un cambio di paradigma rispetto al focus costante sul rendimento individuale, misurato rispetto a determinati standard ristretti. Gli alunni in tali scuole diventeranno abili self-advocate, che comprendono i propri bisogni e non provano vergogna nel chiedere aiuto. Questi benefici si espanderanno verso le reti familiari, man mano che la battaglia costante per ottenere supporto per il proprio figlio inizia a dissiparsi. L’impegno nel paradigma della neurodiversità offre quindi un percorso per realizzare le ambizioni a lungo perseguite dell’educazione inclusiva, favorendo un ambiente in cui ogni alunno possa prosperare e avere successo alle proprie condizioni.

LETTURE CONSIGLIATE (IN INGLESE)

Walker, N. (2021). Neuroqueer Heresies: Notes on the neurodiversity paradigm, Autistic empowerment, and postnormal possibilities. Autonomous Press

GTCS (2020). Understanding neurodiversity in the context of equality and inclusive practice. A professional guide for teachers. 

Hall, A., Meyer, A. and Rose, D. (2012). Universal Design for Learning in the Classroom NY. The Guildford Press.

Bibliografia

Aitken, D. & Wang, L. (2021). Learning Difficulties and Exclusion from School. Salvesen Mindroom Research Briefing,number1.

Chapman, R. (2020). Defining neurodiversity for research and practice. In Neurodiversity Studies (pp. 218-220). Routledge.

Fink, E., Deighton, J., Humphrey, N., & Wolpert, M. (2015). Assessing the bullying and victimisation experiences of children with special educational needs in mainstream schools: Development and validation of the Bullying Behaviour and Experience Scale. Research in developmental disabilities36, 611-619.

Ford, T., John, A., & Gunnell, D. (2021). Mental health of children and young people during pandemic. British Medical Journal372.

Friskney, R., Tisdall, E.K.M. & Aitken, D. (2019). Communication matters: Three scoping studies about the experiences of children with learning difficulties, and their families, in Scotland. Salvesen Mindroom Centre and University of Edinburgh. Edinburgh.

Johnson, M. and Rutherford, L. (2019). An Autism Evidence Based Practice Toolkit for use with the SCERTS™ Assessment and Planning Framework.

Pellicano, E., & den Houting, J. (2022). Annual Research Review: Shifting from ‘normal science’to neurodiversity in autism science. Journal of Child Psychology and Psychiatry63(4), 381-396.

Sinclair, J. (2010). Being autistic together. Disability Studies Quarterly30(1).

Walker, N. (2021). Neuroqueer heresies: Notes on the neurodiversity paradigm, autistic empowerment, and postnormal possibilities. Autonomous Press.

note

  1. Per maggiori informazioni sul programma consultare il sito: https://salvesen-research.ed.ac.uk/leans (ultima consultazione 14 luglio 2025)
  2. Per visionare i materiali dell’evento consultare il sito: https://salvesen-research.ed.ac.uk/resources/2023-itakom-international-neurodiversity-conference (ultima consultazione 14 luglio 2025)

Link all’articolo: https://www.bps.org.uk/psychologist/neurodiversity-affirmative-education-why-and-how