La neurodivergenza non ti deve rassicurare

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(E va bene così)
Riflessioni (ironiche e affilate) a partire da “The Promise of Discomfort, Failure and Uncertainty in Neurodiversity”,
di David Jackson‑Perry, pubblicato il 30 maggio 2025 nella rivista Neurodiversity

di Francesca Mela

Illustrazione anime di un ragazzo con felpa, cuffie e zaino, davanti a un muro con la scritta “NEURODIVERGENCY” in graffiti bianchi.


⚠️ Disclaimer

Questo articolo parla di fallimento, disagio e incertezza, ma non nel modo in cui lo fa la cultura del self-help.
Non mi piacciono le frasi come “sbagliare è umano, rialzati più forte”,
“ama le tue imperfezioni purché migliorino la tua produttività”.

Se sei neurodivergente probabilmente, purtroppo, ti sei sentitə dire “basta che ti impegni di più”.
Se sei neurotipicə probabilmente, purtroppo, ti sei sentitə a disagio accanto a un autisitcə.

di quale articolo stiamo parlando?

Questo pezzo prende spunto da un articolo uscito nel 2025, dal titolo:
“The Promise of Discomfort, Failure and Uncertainty in Neurodiversity”.
(Sì, anche noi ci siamo innamoratə del titolo.)

L’autore, David Jackson‑Perry, propone una cosa che viene sistematicamente evitata in molti dibattiti sulla neurodivergenza:

E se il valore della neurodivergenza non stesse nel suo “potenziale”,
ma proprio nel fatto che mette a disagio?
Che fallisce? Che rifiuta il controllo e la chiarezza?

Non cerca di convincerti che le persone autistiche siano “intelligenti a modo loro” o “ottime risorse umane”.
Chiede, invece, di restare nel disagio.
Di ascoltare chi non si adatta, chi non ce la fa, chi non ti rassicura.
E di imparare qualcosa proprio da lì.

Noi, qui, abbiamo deciso di farlo a modo nostro:
con ironia, un po’ di sarcasmo, e molto rispetto.

Perché ci è sembrato importante

Perché finalmente non cerca di vendere la neurodivergenza come una risorsa utile, un talento nascosto o un superpotere da azienda tech.
Non ci chiede di trasformare il disagio in una performance.
Non ci spinge a convincere il mondo che andiamo bene “nonostante tutto”.

Questo articolo ci ha colpito perché non cerca di smussare gli spigoli.
Li lascia lì. Visibili. Ruvidi. A volte faticosi. Ma veri.

Parla di fallimento senza redenzione,
di disagio senza morale,
di incertezza come valore.

E in un mondo che ci chiede continuamente di funzionare, spiegare, migliorare…
questo testo è una boccata d’aria.
O forse un colpo di vento che butta giù tutto.

E a volte, buttare giù tutto è il modo più onesto di cominciare.


Il disagio non è da evitare


Viviamo in un mondo dove tutti vogliono sentirsi a proprio agio.
Pulito, ordinato, prevedibile. Conversazioni fluide, sorrisi calibrati, emozioni spiegate bene.
Poi arrivi tu.
Neurodivergente.

Ti muovi troppo. O troppo poco.

Non sorridi al momento giusto.

Fai una pausa lunga tre secondi prima di rispondere.

Dici la verità quando era richiesto solo un “tutto bene”.

E il mondo… si irrigidisce.

“È strano.”
“Mi mette a disagio.”
“Non capisco se gli/le piaccio.”
“Non so come prenderlo/a.”

Ed è proprio lì il punto dell’articolo.
Questo disagio — quello che tu generi semplicemente esistendo — non è un problema. È una risorsa.

Perché costringe l’altro a interrogarsi sul proprio bisogno costante di controllo, conferma, comfort.
Ti infastidisco?
Magari non sono io a essere difficile.
Forse sei tu a essere troppo abituato a relazioni preconfezionate.


Il fallimento non è un errore. È una testimonianza

Le persone neurodivergenti falliscono.

  • Non rispettano le tempistiche.
  • Si dimenticano cose fondamentali.
  • Dicono la cosa sbagliata al momento sbagliato, nel posto sbagliato.
  • Si sciolgono a fine giornata come burro su piastre roventi.
  • A volte… non funzionano affatto.

E no, non si rialzano sempre più forti.
A volte si trascinano. A volte mollano. A volte spariscono.

E questo è fondamentale.
Perché mostra che non è il cervello che non funziona: è il sistema che non prevede corpi stanchi, silenzi lunghi, pause mentali.

Il fallimento neurodivergente, dice l’articolo, è un segnale sociale.
Un cartello in mezzo alla strada che dice:

“Qui finisce la zona di comfort delle aspettative normotipiche.
O cambiate direzione, o passateci sopra.”

E magari qualcuno si ferma a guardare. E cambia mappa.


L’incertezza è conoscenza. Solo che non brilla

Hai mai conosciuto una persona che:

  • non riesce a prendere una decisione se non ha tutti i dati,
  • continua a chiedere “ma cosa intendi esattamente?”,
  • si blocca perché una parola ha due significati e ne sente il peso di entrambi?

Spoiler: probabilmente era neurodivergente.

L’articolo lo dice chiaramente: la mente neurodivergente non odia l’ambiguità.
La sente troppo bene.

E quindi:

  • fa domande che sembrano eccessive,
  • prende tempo,
  • rifiuta soluzioni facili.

Ma questa non è confusione.
È una forma di rigore intellettuale che non ha fretta di arrivare a conclusioni comode.

L’incertezza neurodivergente è una forma di sapere che non consola, ma apre spazio.


In sintesi?

Se stai vicino a una persona neurodivergente e ti senti un po’ a disagio,
se non capisci se ti ha capito,
se non riesci a prevedere come reagirà…

non stai vivendo un fallimento relazionale.
Stai vivendo una possibilità.

Una crepa nel tuo modo di pensare.
Un cortocircuito nei tuoi automatismi.
Un piccolo terremoto emotivo che dice:

“Guarda. C’è anche questo modo di stare al mondo.
E non è qui per farti sentire a tuo agio.”


PS: Dopo aver letto quell’articolo, ci è venuto spontaneo…

…scrivere un piccolo manuale di sopravvivenza per neurotipicə.
Perché — diciamocelo — se davvero prendiamo sul serio quello che “The Promise of Discomfort, Failure and Uncertainty in Neurodiversity” propone,
allora servono strumenti. Anche minimali. Anche ironici.

Qualcosa che dica:

“Ok, ho capito che il disagio è utile.
Ma ora che sono a disagio, come diavolo ci sto?”

Ecco. Questo è per voi. Con affetto. E una punta di esasperazione tenera.


Manuale minimo di sopravvivenza per neurotipicə

Regola 1: smetti di interpretare
Se una persona neurodivergente:

  • non ti guarda negli occhi → non ti odia
  • ti guarda negli occhi troppo → non ti ama
  • ti dice “non voglio parlare ora” → non è passivə aggressivə

Sta dicendo esattamente quello che pensa. Fidati.
Non è un enigma da decifrare. È una persona.

2: non prendere sul personale il disagio che senti

Se stai con una persona autistica e ti senti confusə, agitato, a disagio…
fermati un secondo e chiediti:

“Mi sta succedendo qualcosa, o mi sta solo venendo tolta la mia solita dose di prevedibilità sociale?”

Spoiler: spesso è la seconda. E non è per forza una cosa brutta.

Regola 3: non correggere il fallimento

Se ha dimenticato il tuo compleanno,
non ha risposto al messaggio,
ha fatto una figuraccia al pranzo con tua madre…

E tu reagisci così:

  • Incazzarsi 👉 nah
  • Dire “vabbè, la prossima volta andrà meglio” 👉 meh
  • Dire: “Mi è dispiaciuto. Ma anche se non va meglio la prossima volta, ci sei comunque tu. E magari ci aiutiamo a ricordare.” 👉 ok 💌

Boom.
Validazione vera. Con spazio anche per il dispiacere.

Perché si può validare senza deresponsabilizzare.
Si può dire: “ti vedo, ti voglio bene”
e anche: “diamoci una mano”.

4: non cercare sempre la versione migliorata

Non tutti devono diventare:

  • più sociali,
  • più regolati,
  • più flessibili,
  • più “adatti al contesto”.

A volte, il progresso è dire:

“Oggi non maschero. E se vi crea disagio… gestitevelo.”

Tu, neurotipicə, non sei lì per correggere. Sei lì per ascoltare, e magari disimparare.

5: stai. Anche quando non capisci

Quando una persona neurodivergente è:

  • in crisi,
  • in shutdown,
  • in silenzio da 40 minuti,
  • a parlare di serie tv, Google Maps o di criceti medievali…

NON DEVI SALVARLA.
Devi stare.

Stare, senza interpretare.
Stare, senza ridurre.
Stare, perché ci sei. E questo basta.

Infografica viola con il titolo “Cose che puoi dire a una persona neurodivergente” e frasi affettive per offrire presenza senza invadere.



conclusione

Forse non serve aggiustare.
Non serve spiegare tutto.
Non serve trasformare ogni silenzio in una risposta.
Ogni fallimento in una lezione.
Ogni comportamento atipico in un “modo nuovo di essere produttivə”.

Forse l’unica cosa da fare è stare.
Con il disagio. Con l’incertezza. Con la relazione vera.
Quella che non ti rassicura, ma ti cambia.

La neurodivergenza non è un enigma da decifrare,
né un messaggio da tradurre per renderlo utile al sistema.

È una lingua che va ascoltata anche quando non ti consola.

E il valore non sta nel capirla.
Sta nel scegliere di restare anche se non capisci.

E nel farlo, ricordarsi anche che:

Il disagio non è una colpa,
ma nemmeno un lasciapassare eterno.

L’autenticità è preziosa,
ma la relazione è co-costruita.

Gli autistici non sono teneri unicorni:
possono essere stronzi, faticosi, rigidi, ossessivi.

E che, se vogliono amici, amori, alleanze…
devono fare un pezzo di strada anche loro.

Riferimento all’articolo originale


Questo articolo nasce a partire dalla lettura di:

David Jackson‑Perry (2025).
Unknowing in Practice: The Promise of Discomfort, Failure and Uncertainty in Neurodiversity Studies.
Pubblicato sulla rivista Neurodiversity, Vol. 3, maggio 2025.
📎 DOI: 10.1177/27546330251348083
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https://doi.org/10.1177/27546330251348083