di Francesca Mela

C’è una teoria che affascina molte persone: l’idea che alcuni tratti autistici abbiano radici profondissime, forse più antiche di quanto immaginiamo. Ma cosa dice davvero la genetica?
In questo articolo ricostruiamo la storia evolutiva dell’autismo, tra varianti arcaiche, alleli più recenti e la complessità del cervello umano moderno.
L’autismo è una variante naturale del funzionamento umano.
Fa parte della nostra specie quanto le lentiggini, i mancini, chi parla ai gatti come se fossero colleghi di lavoro e chi piange guardando i documentari sui vulcani.
Immaginare che l’autismo abbia radici antiche crea un senso di continuità: ci colloca dentro una storia lunga, ampia, condivisa.
È come dire: “ero qui prima che inventaste i compiti in classe”.
Negli ultimi anni è circolata una teoria molto suggestiva:
che l’autismo abbia radici neanderthaliane,
che esista un “cervello autistico” più antico di quello neurotipico,
che alcune persone nello spettro siano eredi diretti di un modo arcaico di percepire il mondo.
Quando l’ho incontrata per la prima volta ho pensato: wow, questa immagine è potentissima.
Talmente potente da spingermi a fare la domanda più semplice e più onesta:
ok, ma cosa dice davvero la genetica?
Sono andata a vedere.
Ed è lì che la storia ha iniziato a diventare davvero interessante.
che c’entra l’autismo con la genetica?

C’entra perché l’autismo è una neurodivergenza: un modo di funzionare del cervello che nasce da percorsi leggermente diversi rispetto agli standard statistici.
Tutti gli esseri umani sono neurodiversi, nessun cervello è identico a un altro,
ma alcune persone lo sono in modo più stabile e riconoscibile.
È questo che chiamiamo neurodivergenza.
Queste differenze prendono forma attraverso un mix di varianti genetiche che ereditiamo e che, combinate tra loro, influenzano sensibilità, percezione, attenzione, intensità emotiva e modalità di risposta al mondo.
A questo punto sorge una seconda domanda inevitabile:
Perché è importante sapere se una caratteristica è antica o recente?
Perché l’evoluzione ci racconta quali forme di cervello rimangono nella popolazione e per quali ragioni.
Quando una variante genetica è presente da migliaia o milioni di anni significa che ha viaggiato con noi lungo tutta la storia dell’umanità.
Fa parte della nostra specie, dei nostri modi di esistere.
Non è un incidente moderno: appartiene al pacchetto umano.
Un esempio chiarissimo arriva dall’ADHD.
Alcune delle varianti genetiche associate all’ADHD risultano ancestrali: erano presenti nei nostri antenati molto prima che inventassimo scuole, calendari, orari e riunioni su Zoom.
Per questo molti ricercatori ipotizzano che alcuni tratti dell’ADHD , attenzione rapida, reattività alta, ricerca di stimoli, fossero utili in contesti antichi e abbiano resistito all’evoluzione.
Guardare all’autismo con la stessa lente significa farsi domande simili:
le varianti associate ai tratti autistici sono antiche o più recenti?
Sono rimaste nella popolazione perché offrivano qualcosa?
Oppure emergono dentro la complessità moderna del cervello umano?
Per capirlo, ci serve un concetto chiave della genetica evolutiva:
le versioni dei geni.
Che cosa sono gli alleli ancestrali e gli alleli derivati

Ogni gene del nostro corpo esiste in più versioni.
Perché?
Perché ogni volta che il DNA viene copiato compaiono piccolissime variazioni.
È un lavoro immenso: miliardi di “lettere” devono essere duplicate con precisione assoluta, e anche il sistema più efficiente commette qualche minuscolo refuso.
È come copiare a mano cento pagine: puoi essere attentissimo, ma due refusi scappano comunque.
Nel DNA succede lo stesso, solo su una scala immensamente più grande.
Queste micro-variazioni creano possibilità.
Sono la materia prima dell’evoluzione.
Grazie a loro la specie cambia, si adatta, inventa nuovi modi di funzionare.
In pratica, la diversità nasce da qui.
Alleli ancestrali
Sono le versioni più antiche dei geni, presenti nei nostri antenati primordiali.
Esempi semplici:
- gli occhi scuri sono la versione ancestrale della pigmentazione
- alcune varianti della percezione del dolore sono identiche a quelle dei Neanderthal
- alcune varianti dell’ADHD sono ancestrali, collegate a reattività e attenzione rapida
Sono ciò che abbiamo ereditato dal fondo della nostra storia.
Alleli derivati
Sono versioni più recenti, nate mentre l’Homo sapiens diventava sempre più complesso.
Esempi:
- gli occhi blu sono un allele derivato comparso circa 7.000 anni fa
- la capacità di digerire il lattosio da adulti è una variante recente
- alcune varianti che regolano l’elaborazione sensoriale — presenti anche in persone autistiche — emergono proprio dentro l’evoluzione del cervello moderno
Un dettaglio cruciale
Perché alcune varianti sensoriali sono recenti, se i sensi sono così antichi?
Perché i sensi (vista, udito, tatto…) esistono da milioni di anni,
ma il software che li interpreta è molto più giovane.
Quando la corteccia cerebrale dell’Homo sapiens si è espansa, ha iniziato a:
- filtrare gli stimoli in modo diverso
- integrare suoni, luci e movimento in modi sempre più complessi
- distinguere con più finezza ciò che è rilevante da ciò che non lo è
- percepire pattern, dettagli, micro-variazioni
- modulare l’intensità sensoriale
Questa parte è evolutivamente recente.
Ed è qui che compaiono molte delle varianti derivate: quelle che regolano come sentiamo il mondo, non che cosa possiamo sentire.
Il sensore è antico.
Il software è moderno.
E gli “aggiornamenti del software” – cioè gli alleli derivati- sono quelli che creano nuove modalità di percepire, integrare e interpretare il mondo.
Ed è proprio da qui che parte la domanda successiva:
cosa succede quando applichiamo questa lente ai tratti autistici?
Cosa scopriamo quando applichiamo questa lente all’autismo

1. La maggior parte delle varianti associate all’autismo è recente
Quando confrontiamo le versioni antiche e recenti dei geni nelle persone autistiche, la prima cosa che salta fuori è quasi sempre questa:
le varianti geneticamente più comuni associate allo spettro appartengono agli alleli derivati, cioè versioni più giovani dei nostri geni.
Questo significa che molti tratti autistici emergono non dal passato remoto, ma dentro l’evoluzione del cervello moderno, mentre l’Homo sapiens diventava più complesso, più sensibile, più ricco di possibilità.
In altre parole:
l’autismo non è un reperto arcaico conservato intatto,
ma una configurazione che si inserisce pienamente nella variabilità del cervello contemporaneo.
2. Alcune varianti neanderthaliane compaiono un po’ più spesso nelle persone autistiche
Gli studi che analizzano il DNA neanderthaliano dicono una cosa importante:
tutte le persone di origine eurasiatica hanno la stessa percentuale complessiva di DNA Neanderthal: circa il 2–3%.
Autistici e non autistici, identica quantità.
La differenza non sta nella quantità,
ma nei dettagli.
Nel 2024 uno studio su Molecular Psychiatry ha identificato 25 varianti genetiche di origine neanderthaliana coinvolte nello sviluppo cerebrale.
Queste varianti compaiono con una frequenza leggermente maggiore nelle persone autistiche rispetto ai gruppi di controllo.
Non parliamo di un distacco enorme:
una differenza piccola, ma statisticamente reale.
In pratica:
- nella popolazione generale queste varianti sono una minoranza,
- nella popolazione autistica diventano una micro-maggioranza.
Può sembrare controintuitivo, perché la nostra mente pensa in termini di quantità.
Ma nella genetica non conta “quanto” DNA arcaico hai:
conta quali varianti porta quel DNA.
È come avere due librerie identiche da mille libri:
se una delle due contiene dieci titoli di un certo autore in più, cambia completamente il tipo di storie che ti porti dietro.
Allo stesso modo:
tutti abbiamo il 2–3% Neanderthal,
ma alcune persone hanno nel loro “pacco regalo evolutivo” frammenti che modulano come il cervello si sviluppa o si organizza.
Non è un “cervello neanderthaliano”:
sono piccole tracce antiche che interagiscono con tutte le varianti moderne per creare un profilo unico.
3. La combinazione è la parte davvero interessante
È qui che la storia si fa più ricca di qualunque teoria semplificata.
Mettere insieme i dati (varianti recenti + piccole tracce arcaiche) mostra che:
l’autismo nasce da una miscela evolutiva, non da un blocco unico.
Una miscela fatta di:
- varianti moderne, nate dentro la complessità crescente dell’Homo sapiens
- alcune varianti molto antiche, distribuite in modo non uniforme
- interazioni tra queste varianti e l’immensa combinatoria del cervello umano
Non è un’eredità pura del passato,
non è una mutazione recente “spuntata all’improvviso”,
è un punto di incrocio dentro la varietà della specie.
Un profilo che prende forma proprio quando:
- il cervello diventa più grande
- più connesso
- più modulato
- più variabile
- più capace di percezioni complesse e pattern sofisticati
Per questo la narrativa “autismo = cervello neanderthaliano” è troppo semplice.
La realtà è molto più affascinante:
l’autismo emerge come una delle possibili configurazioni del cervello umano, costruita dall’incontro tra elementi antichi e innovazioni evolutive.
Una miscela.
Una variante.
Un modo di funzionare preciso, coerente e profondamente umano.
1. Confronto con gli altri primati
Si parte dallo scimpanzé, che condivide con noi un antenato molto antico.
Se una variante genetica è presente sia negli esseri umani che nello scimpanzé, significa che esiste da milioni di anni: è ancestrale.
Se compare solo negli esseri umani, è derivata.
2. Confronto con i genomi arcaici (Neanderthal e Denisova)
Abbiamo il loro DNA sequenziato.
Ogni variante umana moderna può essere confrontata con quelle presenti nei Neanderthal.
- Variante condivisa → traccia arcaica.
- Variante diversa → comparsa più recente nella nostra specie.
3. Selezione delle varianti che riguardano il cervello
Non tutte le varianti genetiche influenzano il funzionamento neurologico.
I ricercatori filtrano solo quelle che:
- regolano l’attività dei geni nel cervello,
- influenzano lo sviluppo neuronale,
- modulano la comunicazione tra neuroni.
Sono queste le varianti che contano per capire i tratti autistici.
4. Analisi delle frequenze nelle popolazioni
Si confrontano grandi gruppi di persone autistiche e non autistiche.
Si osserva quale versione del gene compare più spesso in ciascun gruppo.
Questo passaggio rivela le differenze nella distribuzione delle varianti antiche e recenti.
5. Ricostruzione della storia evolutiva
Raccogliendo tutte queste informazioni, gli scienziati possono ricostruire il percorso evolutivo di un tratto:
e come contribuiscono alla diversità cognitiva della specie umana.
quali varianti sono antiche,
quali sono recenti,
come si combinano tra loro,
L’autismo come effetto collaterale di un cervello evoluto

Quando guardiamo all’evoluzione del cervello umano, emerge una cosa chiara:
ogni salto evolutivo ha aumentato la complessità,
e ogni aumento di complessità ha generato più varietà.
Man mano che il cervello diventava più grande, più connesso, più sensibile e più capace di integrare informazioni, aumentavano anche le possibili configurazioni del suo funzionamento.
Il cervello umano moderno nasce da questo processo:
piccole mutazioni, accelerazioni improvvise e cambiamenti che hanno ampliato la nostra capacità di immaginare, analizzare, ricordare, percepire.
Dentro questa complessità si aprono anche strade inattese.
L’autismo è una di queste strade.
Non è un residuo del passato, né un errore recente:
è una configurazione che emerge quando alcune combinazioni genetiche -moderne, antiche e rare- si incontrano e modellano un modo di funzionare preciso, profondo e coerente.
È come se, rendendo il cervello sempre più articolato, l’evoluzione avesse creato profili cognitivi intensi, lineari, sensibili ai dettagli, guidati dalla continuità e dalla coerenza interna.
In questo senso l’autismo è un effetto collaterale di un cervello potenziato:
non una deviazione, non un eccesso, ma il risultato naturale della ricchezza del nostro sistema nervoso.
Ogni volta che l’evoluzione ha ampliato il cervello umano, ha generato nuove possibilità.
L’autismo è una di queste:
una forma di funzionamento che nasce quando la varietà genetica diventa così ampia da permettere menti che seguono traiettorie proprie, profonde e originali,
una risposta interna alla complessità stessa della nostra specie.
È una possibilità evolutiva del cervello umano.
Un modo di abitare il mondo che esiste perché la nostra architettura neurale è abbastanza complessa da contenerlo.
Un effetto collaterale creativo di un cervello che genera più sensibilità, più profondità e più modi diversi di essere umani.
Ma allora perché l’autismo porta tanta sofferenza?
A questo punto molti pensano una cosa molto semplice e molto vera:
“ok, interessante l’evoluzione, ma l’autismo nella vita reale è fatica, burnout, sovraccarico, isolamento.
Dov’è la possibilità evolutiva, in tutto questo?”
È una domanda che mi sono fatta anche io.
E merita una risposta chiara.
1. Il funzionamento evolutivo e la sofferenza moderna non sono la stessa cosa
Il profilo autistico nasce da caratteristiche del cervello — percezione fine, intensità, attenzione al dettaglio, coerenza interna, modalità sensoriali diverse.
Questi tratti, presi da soli, non sono patologici.
Sono modi di elaborare il mondo.
La sofferenza arriva quando un certo tipo di cervello incontra un ambiente che non è progettato per accoglierlo:
- rumore continuo
- luci forti
- richieste sociali implicite
- tempi strettissimi
- multitasking forzato
- regole non dette
- cambiamenti improvvisi
- zero protezioni sensoriali
La sofferenza non è la caratteristica evolutiva.
È il risultato del contesto.
2. “Ma gli autistici hanno deficit cognitivi”: qui serve precisione
Su questo punto la scienza è molto chiara.
La disabilità cognitiva è una condizione distinta, con cause spesso diverse.
Può presentarsi insieme all’autismo, ma non è l’autismo.
La maggior parte delle persone autistiche ha un’intelligenza nella norma o superiore.
Per anni, però, test inadeguati e criteri diagnostici vecchi hanno sovrapposto le due condizioni, creando una confusione che ha alimentato stigma e idee distorte.
Separare le due cose non toglie niente a nessuno:
rende solo il quadro più accurato.
La disabilità cognitiva è un profilo di funzionamento, non una mancanza di valore.
Confonderla con l’autismo è un errore storico, non un dato evolutivo.
3. Perché allora parlarne come possibilità evolutiva?
Perché l’evoluzione non misura il successo scolastico, la tolleranza al rumore del supermercato o la velocità nel rispondere ai messaggi.
L’evoluzione misura la varietà.
Una specie con più variabilità sensoriale, cognitiva, emotiva è una specie:
- più flessibile
- più resiliente
- più creativa
- più capace di affrontare contesti diversi
L’autismo contribuisce a questa variabilità.
Offre un modo diverso di percepire, analizzare e interpretare il mondo, con punti di forza e punti di attrito che emergono solo in certi contesti.
Se oggi molte di queste caratteristiche fanno soffrire, è perché viviamo in ambienti costruiti su misura per un solo tipo di funzionamento.
La sofferenza non dice nulla sul valore evolutivo di un tratto.
Dice tutto sulla rigidità del contesto in cui quel tratto si trova a vivere.
Conclusione
L’autismo esiste dentro l’evoluzione umana perché la nostra specie, crescendo, ha moltiplicato le sue possibilità.
Ogni mutazione, ogni finezza dei sensi, ogni nuova capacità cognitiva ha aperto strade diverse.
Alcune hanno portato verso ciò che oggi chiamiamo “neurotipico”.
Altre hanno portato verso profili più rari, più intensi, più precisi.
L’autismo è una di queste possibilità.
Una configurazione che emerge quando la varietà genetica diventa così ampia da generare menti che seguono traiettorie proprie, profonde, coerenti.
Non è un relitto del passato.
Non è un incidente della modernità.
Non è un errore di sistema.
È un modo di essere umani.
Un modo che richiede ambienti più sensibili, relazioni più accurate, protezioni più intelligenti —
non perché è fragile, ma perché è preciso.
Un modo che incarna ciò che l’evoluzione fa meglio:
moltiplicare le forme della mente.
Ampliare le possibilità della specie.
Creare diversità anche quando sembra scomoda.
L’autismo è una di quelle forme.
Una possibilità creativa di un cervello complesso.
Un percorso che attraversa la specie da dentro, non da fuori.
E forse, alla fine, è questo il punto:
la storia dell’umanità non è la storia della normalità,
ma la storia di tutte le varianti che ci hanno permesso di esistere.
FAQ
No. Tutti abbiamo la stessa quantità di DNA neanderthaliano.
Le persone autistiche presentano solo una diversa distribuzione di alcune varianti specifiche legate allo sviluppo neuronale.
Una differenza minima, non un “cervello neanderthaliano”.
Entrambi.
Molte varianti associate allo spettro sono recenti (alleli derivati), nate dentro il cervello dell’Homo sapiens moderno.
Alcune varianti arcaiche compaiono un po’ più spesso negli autistici.
L’autismo nasce quindi da una miscela evolutiva, non da un’unica origine.
DPerché la genetica permette una cosa essenziale: capire da quanto tempo certe differenze esistono nella specie umana.
Non spiega tutto, ma colloca l’autismo dentro una storia evolutiva reale.
Perché i sensi sono antichi, ma il software che li interpreta si è evoluto nel tempo.
Le varianti più giovani riguardano la modulazione degli stimoli, non i sensori: filtri, integrazione, sensibilità al dettaglio.
Gli alleli ancestrali sono le versioni antiche dei geni, presenti nei nostri antenati.
Gli alleli derivati sono versioni più recenti, nate nell’evoluzione dell’Homo sapiens.
Confrontarli permette di stimare l’età di un tratto.
No. La percentuale totale (2–3%) è identica per tutti.
La differenza riguarda quali varianti porta quel DNA: alcune, legate allo sviluppo neuronale, sono leggermente più frequenti negli autistici.
Perché l’evoluzione non premia la normalità, ma la varietà.
Avere più modi di percepire, analizzare e reagire rende una specie più ricca e più adattabile.
L’autismo aggiunge varietà al repertorio cognitivo umano.
Perché la sofferenza arriva dal contesto: sovraccarico sensoriale, rigidità sociale, diagnosi tardive, trauma, mancanza di accomodamenti.
Il profilo neurobiologico non è la sofferenza; la sofferenza è l’effetto del mismatch con l’ambiente.
No.
Sono condizioni distinte, con cause spesso diverse.
Possono coesistere, ma non una implica l’altra.
La maggior parte degli autistici ha intelligenza nella norma o superiore.
Perché toglie l’autismo dal recinto del “difetto” e lo rimette dentro la storia evolutiva della specie:
una configurazione possibile del cervello umano, nata dall’enorme variabilità che ci caratterizza.
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✍️ Nota dell’autrice
Questo articolo fa parte del Manuale Punk per Autistici, un progetto che sto costruendo da dentro: da un corpo neurodivergente, da un ascolto quotidiano e strategie costruite sul campo, e da un bisogno di cura che non vuole diventare correzione.
In questo manuale, punk significa:
– proteggersi senza chiedere scusa
– costruire strategie fuori norma
– resistere anche con un cioccolatino in tasca
– legittimare la stanchezza, il silenzio, la fuga
– e trovare parole che non ti chiedano di essere migliore, ma più interə




