Autismo e la tecnica dell’Apocalisse Zombie

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Usare la rigidità del cervello per fregare la rigidità del cervello. Ovvero: il Piano Z per non crollare quando tutto va storto

di Francesca Mela

Ragazzo con capelli lunghi castani, cuffie e zaino, cammina tranquillo tra palazzi distrutti, con un’espressione serena sul volto. Il cielo è limpido e azzurro, in contrasto con lo scenario post-apocalittico intorno a lui.


Fare piani è una salvezza.

In famiglia ho conosciuto bene la necessità di controllare tutto.
La rigidità, il bisogno di sapere prima, l’ansia che sale quando le cose cambiano all’improvviso.
La convivenza con certe menti neurodivergenti richiede una certa flessibilità… da parte tua.
E siccome li capivo bene ho iniziato a creare strategie.

All’inizio facevo piani A, B, C etc:
– Dove si va
– A che ora si esce
– Quanto tempo prima dobbiamo iniziare a prepararci
– Quanto tempo restiamo fuori
– Che alternative ci sono
– Che si fa se non ci piace

Era utile.
Era protettivo.
Faceva sentire tutti un po’ più al sicuro.

Per chi ha un cervello che si agita facilmente, che processa troppo, che ha bisogno di sapere prima…
fare piani è una strategia di sopravvivenza.

Sapere dove si va.
A che ora.
Cosa si mangia.
Quanto dura.
Chi c’è.
Dove sono i bagni.
Se c’è rumore.
Se si può scappare.

Tutto questo non è fissazione.
È un modo legittimo di proteggersi.
Fare piani abbassa l’ansia.
Permette al cervello di sentirsi più al sicuro.
E ci illude — per un attimo — di avere il controllo.



Il paradosso: più piani fai, più l’ansia cresce

Ma anche fare piani consuma energia.
Conosco persone autistiche che passano settimane a organizzare un viaggio.
Ogni dettaglio deve essere sotto controllo.
Ogni opzione vagliata.
Ogni possibile problema previsto.

È una strategia preziosa.
Ma stanca.
E, paradossalmente, più il cervello cerca di controllare ogni cosa, più l’ansia si accende.

Perché più prevedi, più temi l’imprevisto.
Più ti affidi al piano, più ti spaventa l’idea che possa saltare.
E allora non sei più al sicuro: sei in trappola.

E spesso — anche senza volerlo —
si inizia a pretendere che tutti facciano come hai deciso tu.
Perché quello è il piano.

E quando succede qualcosa che non avevi previsto —
un contrattempo, un imprevisto, un ritardo, un cambio programma —
il crollo è dietro l’angolo.
Perché non è solo saltato il piano.
È saltata la sicurezza emotiva che ti teneva in piedi.

Il piano che doveva aiutarti…
inizia a controllare te.
E anche chi ti vive accanto.

ok, serve un altro tipo di piano.

Io me ne sono accorta così.

I piani diventavano sempre più rigidi.
Ogni deviazione scatenava ansia, rabbia, crisi.
E, francamente, a me tutta quella pianificazione cominciava a stare stretta.
(per dirlo in modo carino)

Avevamo superato l’emergenza.
Il bisogno iniziale di controllo ci era servito per andare a scuola, affrontare la quotidianità, riuscire a uscire di casa.
Avevamo lavorato sulle emozioni, nominato la paura, accolto la rabbia, contenuto lo stress.

Ma a un certo punto, bisognava andare oltre.
Perché vivere non è solo sopravvivere.
E se vogliamo crescere, dobbiamo anche educare alla flessibilità.
Allenarla un pezzetto alla volta, senza violenza, senza pretese, ma con astuzia.

Allora ho inventato una strategia nuova.
Una formula per attraversare il disastro con un po’ di grazia e senso dell’umorismo.
Un codice di emergenza per quando tutto va storto.

L’ho chiamata:
Apocalisse Zombie.

“Ok.
È tutto in vacca.
Adesso si entra in Modalità Apocalisse Zombie.”


🎬 Esempio pratico

Viaggio in Modalità Apocalisse Zombie

Ragazzo con lunghi capelli castani e zaino azzurro in stile anime, in piedi su una banchina della metropolitana affollata. Guarda avanti con espressione seria e concentrata, circondato da una folla sfocata. Le luci al neon e i cartelli digitali sullo sfondo creano un’atmosfera intensa e dinamica.

Hai pianificato tutto nei dettagli.
Hai scelto l’orario dei treni, controllato gli orari, i binari, la temperatura, la durata degli spostamenti, le coincidenze.
Hai lo zaino con gli snack, le cuffie, il caricatore.
Hai fatto il tuo lavoro.
Fino a qui ci sei.

Poi arrivi in stazione.
E lì sai che da questo momento in poi non decidi più tu.

Il treno può ritardare.
La gente può essere troppa.
Il posto può essere occupato.
Il bagno può essere rotto.
Il vagone troppo caldo.
Il vicino può parlare, masticare, puzzare.

E tu?
Hai già previsto che sarebbe stato così.

Allora attivi il codice:

“È Apocalisse Zombie.
Da qui in poi non controllo più niente, ma posso lasciarmi portare.”

Non è rassegnazione.
È flessibilità organizzata.
È un modo per dire al tuo cervello:

“Hai fatto il tuo dovere. Ora puoi solo attraversare.”

A quel punto non lotti più contro la realtà.
La attraversi.
Anche scomoda, anche sudata, anche faticosa.
Ma non sei più nel panico.
Perché il tuo Piano Z è in atto.
Perché sei prontə al fatto che non sei più prontə.

🧠 Come funziona l’Apocalisse Zombie

Ragazzo con capelli lunghi su uno skateboard, attraversa una città distrutta dallo scenario apocalittico. Indossa una felpa e jeans, lo sguardo è determinato. Intorno a lui grattacieli in rovina e luci al neon rosa e blu. L’atmosfera è da fine del mondo, ma lui si muove con calma e stile, come se sapesse esattamente cosa fare.

L’Apocalisse Zombie non è il caos.
È una tecnica di flessibilità mascherata da rigidità.

Chi è neurodivergente lo sa: la flessibilità non si improvvisa.
Non basta dire “rilassati”.
Anzi: dirlo a un cervello autistico, spesso, lo manda nel panico.

Ma se gli dai un codice, una formula, una regola che dice che ora si cambia
ecco che improvvisamente può farlo.
Perché la flessibilità è diventata parte del piano.

“Apocalisse Zombie” è un ancoraggio cognitivo.
Una scorciatoia mentale.
Serve a dire al cervello:

“Non abbiamo più controllo.
Ma abbiamo comunque una strategia.”

E questo inganna gentilmente il sistema nervoso.


🧬 La scienza dietro (in breve e senza farci esplodere l’amigdala)

Quando il cervello percepisce una minaccia all’ordine previsto, si attivano i circuiti dello stress:

– l’amigdala suona l’allarme
– la corteccia prefrontale si blocca (e con lei la capacità di problem solving)
– si abbassa la tolleranza alla frustrazione
– il sistema nervoso simpatico prende il sopravvento (lotta, fuga o freeze)

Risultato?
Panico. Rabbia. Rigidità. Shutdown.

Ma se in quel momento si attiva una sequenza preconosciuta — anche solo simbolica —
il cervello può passare dalla reazione impulsiva a una modalità adattiva.

“Non sto perdendo il controllo.
Sto solo passando al Piano Z.”

Questo funziona perché riattiva i circuiti dell’ordine, anche nel disordine.
La parola Apocalisse Zombie, se usata con coerenza,
diventa una scorciatoia neurale:
placa l’amigdala, recupera un briciolo di agency,
e dice al corpo:

“Hai un piano anche per quando non c’è più nessun piano.”

Non risolve il problema.
Ma ti rimette in piedi dentro l’imprevedibile.

🧭 Come si crea e si usa il Piano Z

(senza machete, ma con strategia)

L’Apocalisse Zombie non si improvvisa sul momento.
Va preparata prima, come un kit di sopravvivenza mentale.
Ecco come fare, in pratica:

1. Dai un nome al tuo Piano Z

Il mio si chiama Apocalisse Zombie.
Ma il tuo può chiamarsi Modalità Coperta, Protocollo Spaghetti, Piano Unicorno, Modalità Sasso, Sistema 404
Scegli qualcosa che ti faccia sorridere, che sia tuo, che non sembri un ordine ma un’alleanza.

Deve dirti, con gentilezza e ironia:

“Qui puoi smettere di tenere tutto sotto controllo.”

2. Spiega bene (a te stessə o a chi vive con te) quando si attiva

Il Piano Z si usa solo in caso di emergenza sensoriale, emotiva o organizzativa.
Quando non puoi più prevedere né decidere.
Quando l’unico modo per non esplodere… è mollare senza sentirti in colpa.

( per esempio noi l’abbiamo usato al Pronto Soccorso o quando una sera siamo dovuti uscire a mezzanotte per un’emergenza)

“Da qui in poi è Apocalisse Zombie.
Si attraversa, non si controlla.”

3. Allenalo nei momenti piccoli

Usalo quando salta un appuntamento, quando il ristorante è chiuso, quando la persona in treno ti guarda troppo, quando ti perdi una fermata, quando la sera salta tutto il programma.

All’inizio ti sembrerà assurdo.
Poi il cervello lo riconoscerà come una via d’uscita praticabile.
Perché è prevedibile. E tutto ciò che è prevedibile… è potenzialmente salvifico.


💥 Bonus: puoi creare una frase di attivazione personale, tipo:

– “Ok, è il momento di passare in Mod. Sasso.”
– “Chiudo la centralina. Vado in Protocollo 404.”
– “Non è più il mio turno. Da qui guida il caos.”
– “Da adesso solo: respiro – passo – respiro – passo.”

💥 Bonus visivo: attiva un’immagine mentale

Se il tuo cervello funziona per immagini, puoi crearti un’immagine chiave da attivare nei momenti di caos. Serve a visualizzare il passaggio di stato, come se stessi cliccando un pulsante o entrando in una nuova scena.

Esempi:

– “Ok, scatta l’ologramma protettivo: sono nel mio scudo trasparente.”
– “La mente si spegne e compare la scritta PAUSA come in un vecchio VHS.”
– “Cammino in mezzo al panico ma nella mia bolla silenziosa, come un personaggio in slow motion.”
– “Sto guardando tutto da dietro un vetro opaco. Nessuno può toccarmi.”
– “La scena cambia: da qui in poi, cammino nel livello successivo, anche se è buggato.”

Puoi disegnartela, immaginarla come una gif mentale, o anche farci un doodle da tenere nello zaino.
L’importante è che sia tua. E che ti aiuti a dire al cervello:

“Siamo ancora in gioco. Ma cambiamo strategia.”


Una strategia punk per sopravvivere con grazia

Un ragazzo con capelli lunghi castani, cuffie al collo e zaino appoggiato accanto, siede tra le rovine di una città distrutta al tramonto. Lo sguardo è calmo e sereno, rivolto verso l’orizzonte. La luce calda del sole illumina il cielo e crea un contrasto tra devastazione e speranza.

L’Apocalisse Zombie non è una resa.
È una rivoluzione in codice.

È dire:

“Non posso più scegliere tutto.
Ma posso scegliere come attraversarlo.”

Non ti chiede di diventare flessibile da un giorno all’altro.
Non ti chiede di accettare tutto.
Ti chiede solo di sapere che c’è un piano anche per il disastro.
Un piano per non sapere. Per non reagire subito. Per non perdere te stessə nel caos.

È una tecnica, certo.
Ma è anche un atto di cura.

E la cosa più bella è che per imparare a essere flessibili,
non dobbiamo smettere di essere rigidi.

Usiamo la rigidità per fregare la rigidità.

Facciamo un piano per quando i piani falliscono.
Una regola per quando le regole saltano.
Un codice gentile per restare in piedi anche quando il mondo va in vacca.

E ogni volta che attivi il tuo Piano Z,
ogni volta che respiri dentro a qualcosa che non puoi controllare,
stai allenando un potere segreto.

Non quello di dominare tutto.
Ma quello — molto più raro — di non crollare anche se niente va come previsto.

✍️ Nota dell’autrice

Questo articolo fa parte del Manuale Punk per Autistici, un progetto che sto costruendo da dentro:
da un corpo neurodivergente,
da un ascolto quotidiano
e da strategie costruite sul campo,
da un bisogno di cura che non vuole diventare correzione.

In questo manuale, punk significa:

– proteggersi senza chiedere scusa
– costruire strategie fuori norma
– resistere anche con un cioccolatino in tasca
– legittimare la stanchezza, il silenzio, la fuga
– e trovare parole che non ti chiedano di essere migliore,
ma più interə